Esteri

  Struttura sistemica di un genocidio/2

di Giuseppe Onorati

 

Fonti finanziarie

L’avventura colonial-genocida è stata finanziata dalla vendita di titoli del Tesoro, acquistati da un’eterogeneità di soggetti, che va da grandi gruppi bancari, a compagnie assicurative, a fondi istituzionali, fondi sovrani, fino a trovare persino organizzazioni a matrice religiosa. Troviamo Bnp Paribas, Barclays, Blackrock, Vanguard e Allianz Pimco fra i grandi istituti finanziari; Allianz e Axa fra le compagnie assicurative. Fra i fondi istituzionali e sovrani il rapporto ci presenta il Norwegian government pension fund e la Cassa depositi e prestiti del Quebec; fra gli enti di beneficenza e a matrice religiosa troviamo il Fondo nazionale ebraico, i Christian Friends of Israeli Communities, la Dutch Christians for Israel e varie altre organizzazioni che hanno sostenuto progetti nelle colonie.

Importanza strategica del nesso sistemico fra università e settori produttivi chiave

Una fondamentale importanza nel rapporto della dottoressa Albanese ritrova il nesso strategico-sistemico fra università e settori chiave per condurre la politica colonial-genocida israeliana.

Viene spiegato come ci sia una divisione di ruolo fra le facoltà umanistico-sociali e quelle tecno-scientifiche. Le prime , come ad esempio la facoltà di giurisprudenza, i dipartimenti di archeologia e di studi mediorientali , fungono da serbatoio ideologico per legittimare la politica di appartheid e di occupazione , offrendo agli studenti narrative distorte, cancellando la storia palestinese e giustificando le politiche di occupazione. Alle seconde invece è assegnata la funzione di collaborare in ricerca e sviluppo con i fornitori di armi ed infrastrutture come ad esempio Elbit Systems, IAI, IBM, Lockheed Martin, per realizzare strumenti di sorveglianza, controllo della folla, guerriglia urbana, riconoscimento facciale ed uccisione mirata, strumenti, come in precedenza già affermato, poi testati contro i palestinesi.

Diversi sono gli esempi di questo intreccio collaborativo che la relazione riporta. Innanzitutto va considerato il progetto con cui il Ministero della Difesa israeliano finanzia il MIT di Boston (unico ente militare straniero a finanziare la ricerca del MIT), per sistemi di controllo di sciami di droni (è stata una forma peculiare d’attacco condotta da Israele a Gaza dall’ Ottobre 2023) e di algoritmi d’inseguimento e sorveglianza subacquea. Dal 2019 al 2024 il MIT ha gestito un Lockheed Martin Seed Fund per creare contatto fra studenti con team di ricerca in Israele; dal 2017 al 2025, Elbit Systems ha finanziato l’Industrial Liaison Program del MIT, permettendo a studenti meritevoli l’accesso a progetti di ricerca.

Altrettanto importante risulta nel report il collegamento fra università europee ed istituzioni israeliane. Con il programma Horizon Europe, la Commissione europea ha facilitato le intese fra università ed istituzioni israeliane ad esempio, erogando dal 2014 2,4 miliardi di dollari ad enti israeliani fra cui il Ministero della Difesa, che hanno trovato intese con accademie europee, come nel caso dell’Università Tecnica di Monaco, la quale ha ricevuto 12,6 milioni di dollari per 22 collaborazioni con partener israeliani, aziende militari e di alta tecnologia. Poi, nel dettaglio: 868416 dollari stanziati a favore dell’università bavarese per sviluppare in collaborazione con IAI rifornimenti d’idrogeno verde importante per i droni IAI impiegati a Gaza; 7,71 milioni di dollari per la collaborazione con IBM Israele che gestisce il Registro della Popolazione Israeliana, per lavorare allo sviluppo di sistemi di cloud ed intelligenza artificiale; 11,71 milioni di dollari per il progetto “mobilità urbana senza soluzione di continuità” nel quale si ritrova interessato anche il Comune di Gerusalemme, città che tramite il trasporto urbano sta consolidando l’annessione. E’ evidente come in questi progetti collaborativi intrapresi dall’ Università Tecnica di Monaco con partner israeliani sia molto difficile sostenere che le competenze e conoscenze acquisite non influiscano negli atti illegali e di violazione realizzati da Israele a danno del popolo palestinese.

Diverse università, nonostante dopo il 2023 l’azione israeliana si sia configurata in una crescente tendenza genocida, hanno continuato a mantenere proficui rapporti con aziende protagoniste fondamentali nel supporto all’azione del governo di Tel Aviv. Un caso emblematico riportato da Francesca Albanese è quello dell’Università di Edimburgo che ha investito 31,72 milioni di dollari (il 2,5 per cento del proprio patrimonio) in Alphabet, Amazon, Microsoft ed IBM, fondamentali per il funzionamento dell’apparato di sorveglianza israeliano e nelle operazioni distruttive a Gaza. In più l’ateneo scozzese collabora, svolgendo attività di ricerca, con Leonardo S.p.a. e la Ben Gurion University in un laboratorio d’intelligenza artificiale e di scienza dei dati, attività come si è visto fondamentali nell’azione contro i palestinesi.

Nel lavoro di Francesca Albanese comunque è evidenziato un forte impegno da parte di studenti e personale di varie università nel mobilitarsi e chiedere conto su determinati rapporti tenuti dai propri atenei e probabilmente le repressioni nei campus contro gli studenti insorgenti, sembrerebbero più rispondere effettivamente alla difesa degli interessi finanziari ed economici delle università che a contrastare un presunto antisemitismo.

Francesca Albanese ha esortato gli Stati ad imporre sanzioni ed un embargo totale sulle armi ad Israele, nonché di sospendere gli accordi commerciali, vista la gravità delle violazioni dei diritti umani che sta ponendo in essere nei territori occupati a danno dei palestinesi. In più alle aziende collaboranti con Israele nella realizzazione criminosa, chiede di sospendere le attività e di pagare i costi delle riparazioni al popolo palestinese; poi soprattutto ha auspicato che la Corte penale internazionale e le magistrature nazionali indaghino per i crimini internazionali commessi sia i dirigenti, che le aziende responsabili nel collaborare con Israele. Conclude il rapporto affermando che ciò che sta accadendo in Palestina richieda “urgentemente responsabilità e giustizia, il che richiede azioni diplomatiche, economiche e legali contro coloro che hanno mantenuto e tratto profitto da un’economia di occupazione trasformatasi in genocidio”.

In un clima mediatico nel quale già il governo israeliano aveva tentato il discredito della Relatrice speciale Onu, il 9 Luglio scorso il governo degli Stati Uniti, per voce del Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato dei provvedimenti sanzionatori a carico di Francesca Albanese per gli (a suo dire) illegittimi sforzi che la giurista abbia intrapreso nel chiedere alla Corte penale internazionale di agire contro aziende, funzionari e leader statunitensi ed israeliani; in quanto non aderenti allo Statuto di Roma (che istituisce la Corte penale internazionale) U.S.A. ed Israele, le richieste della relatrice Onu sarebbero inammissibili richieste di violazione della sovranità di entrambi i Paesi secondo Rubio, che considera la condotta di Francesca Albanese di carattere antisemita e filo-terroristica, adducendo ad esempio di ciò la sua raccomandazione alla Corte penale internazionale per l’emissione del mandato di arresto sia verso Benjamin Netanyahu, che verso l’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant. Tale posizione espressa da Rubio esprime coerentemente la posizione del governo statunitense in merito al diritto internazionale, vista la battaglia intrapresa anche verso la Corte penale internazionale.

In aggiunta, gli Stati Uniti, basandosi sul rapporto di una ong vicina ad Israele, UNWatch, che accusava la dottoressa Albanese di aver ricevuto finanziamenti per suoi viaggi da organizzazioni legate ad Hamas, avevano chiesto all’Onu di rimuoverla dall’incarico per aver “disonorato l’istituzione”.

L’Onu in modo compatto ha difeso la serietà, la correttezza e la professionalità di Francesca Albanese ma, soprattutto ha chiarito che sia fondamentale, pur nell’esercizio legittimo del dissenso su specifiche azioni, che i Paesi membri rispettino le norme di diritto internazionale che tutelano i diritti umani e che vi sia spirito di cooperazione con l’Organizzazione e non antagonismo. L’Alto commissario per i Diritti Umani Volker Turk ha chiesto la revoca immediata delle sanzioni, in quanto i Relatori speciali hanno un mandato dal Consiglio Onu per i Diritti Umani affinché effettuino un lavoro d’inchiesta con cui gli Stati membri delle Nazioni Unite possono essere in disaccordo ma da ciò, non ne deve scaturire un atteggiamento ritorsivo, bensì dialogico e di dibattito da esperire all’interno delle Nazioni Unite. Come poi ha ben evidenziato il Presidente del Consiglio per i Diritti Umani Onu Jurg Lauber, i Relatori speciali sono fondamentali attori che permettono all’ Onu di avere un quadro visuale in merito ai diritti umani in situazioni critiche; agiscono in modo indipendente ed a prestazione gratuita, non sono funzionari Onu, bensì esperti che offrono una consulenza esterna e questo loro status va rispettato.

Larga parte di opinione pubblica si è esposta in difesa della Relatrice Onu, ad iniziare da Amensty International; ha destato un po’ di delusione il silenzio sulla questione da parte del governo italiano e del Presidente della Repubblica italiana.

Il caso Albanese è molto importante, perché crea un primato storico pericoloso; per quanto critiche al lavoro di osservatori Onu per i Diritti Umani si sono spesso verificate, mai però c’era stata una iniziativa sanzionatoria, che è un attacco conclamato al diritto internazionale. La portata della relazione presentata da Francesca Albanese, oltre ad essere una fonte difficilmente confutabile di una drammatica realtà genocida, spinge necessariamente l’opinione pubblica a riflettere se vi sia un limite oltre cui i rapporti di forza effettiva cedano al diritto, oppure quel limite oramai sia illusorio.

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