Politica

Tante stagioni, tante leggi elettorali. Così aumenta il discredito della Politica

di Michele Rutigliano (*)

In un Paese che sembra aver fatto dell’instabilità una cifra stilistica, la risposta di Aldo Cazzullo ad un lettore del Corriere della Sera, il 14 gennaio scorso, colpisce nel segno con la precisione di un chirurgo. Definire l’Italia come «l’unico Paese che ogni volta cambia la legge elettorale» non è solo una constatazione statistica, ma la diagnosi di una patologia profonda che affligge la nostra democrazia. Se le regole del gioco diventano esse stesse oggetto di gioco, a perdere non è una fazione politica, ma la credibilità dell’intero sistema.

 

L’ingegneria del consenso: quando la regola diventa un’arma

 

La storia della cosiddetta Seconda Repubblica può essere letta come una cronaca ininterrotta di esperimenti di ingegneria elettorale. Dal Mattarellum al Porcellum, passando per l’Italicum e il Rosatellum, ogni stagione politica ha cercato di cucirsi addosso un abito su misura, sperando che il sarto parlamentare potesse garantire una longevità che il consenso popolare, da solo, non riusciva a consolidare. Il problema, tuttavia, è di natura etica prima ancora che tecnica. Cambiare le regole in corso d’opera, o peggio, modellarle a ridosso delle scadenze elettorali per arginare l’avversario o blindare la propria posizione, trasmette ai cittadini un messaggio devastante: la legge non è più la cornice sacra entro cui si svolge il confronto democratico, ma uno strumento tattico di parte. Questo approccio ha trasformato il dibattito sulle riforme in un esercizio autoreferenziale, allontanando ulteriormente una società civile già provata da decenni di promesse mancate e trasformismi.

 

Da Cornelio Tacito alla Seconda Repubblica: il monito della corruzione

 

«Corruptissima Republica plurimae leges»: quante più leggi ha uno Stato, tanto più esso è corrotto. Il severo giudizio di Cornelio Tacito risuona oggi con una attualità disarmante. Se applichiamo questa massima alla proliferazione di norme e contronorme elettorali che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni, emerge un quadro di intrinseca debolezza del potere costituito. In un sistema politico sano, la legge elettorale dovrebbe essere il risultato di un ampio consenso, una regola condivisa capace di durare per generazioni. Da noi, invece, la moltiplicazione delle leggi elettorali è il sintomo di una classe dirigente che, sentendosi costantemente in bilico o minacciata dal giudizio degli elettori, cerca la salvezza nel formalismo giuridico. La “corruzione” di cui parlava lo storico romano non è necessariamente quella dei tribunali, ma quella morale e istituzionale di chi antepone la propria sopravvivenza al bene comune e alla stabilità della Repubblica. La debolezza del potere si manifesta proprio in questa ansia di legiferare per proteggere se stessi, rivelando una paura del futuro che è l’esatto opposto della lungimiranza dello statista.

 

L’attuale maggioranza e il suo persistere nell’errore

 

In questo scenario, l’attuale maggioranza di governo sembra non aver appreso nulla dalle lezioni della storia recente. Nonostante i fallimenti dei predecessori abbiano dimostrato che “truccare” i sistemi elettorali raramente porta alla stabilità sperata — e spesso si ritorce contro chi ha ideato la riforma — assistiamo ancora oggi a tentativi di piegare le procedure parlamentari a esigenze di breve periodo. La tendenza a voler cambiare nuovamente i pesi e i contrappesi del voto risponde a una logica di corto respiro che ignora il principio fondamentale della democrazia: la sovranità appartiene al popolo, non ai tecnici che disegnano i collegi o decidono le soglie di sbarramento per calcoli di coalizione. Criticare queste manovre non significa fare opposizione pregiudiziale, ma sollevare una questione di cultura politica e costituzionale. Quando la Politica abdica alla sua missione alta per ridursi a una partita a scacchi sulle procedure, finisce inevitabilmente per screditare se stessa, alimentando l’astensionismo e la sfiducia. Se vogliamo davvero onorare la nostra storia, dovremmo smettere di cambiare le leggi per vincere le elezioni e puntare solo sul Buongoverno, per meritare il consenso dei cittadini e per motivarli, con l’esempio, a partecipare, da protagonisti, alla vita pubblica.

(*) Giornalista

Related posts

Schlein: “Meloni ci condanna alla precarietà”

Redazione Ore 12

Mattarella: “Arginare e battere le ragioni della guerra aperta dalla Russia”

Redazione Ore 12

L’AGCOM rompe il silenzio sui referendum dell’8-9 Giugno

Redazione Ore 12