Esteri

Trump conosce le conseguenze della sua guerra sui dazi, ma gioca a rischiare 

di Balthazar

Donald Trump sta cercando di rendere l’America di nuovo grande smantellando il libero scambio. Il “Giorno della Liberazione” di Donald Trump, il 2 aprile 2025, segna il culmine della sua  strategia  per l’aumento dei dazi e il rilancio dell’industria americana dopo 20 anni di  sforzi dei Presidenti degli Stati Uniti  per ricalibrare il commercio.

Sebbene non lo dichiari apertamente The Donald  mira a spezzare il predominio del modello economico cinese basato sulle esportazioni, ben consapevole che ciò avrà delle conseguenze per l’economia statunitense e la destabilizzazione economica globale con contraccolpi da parte degli alleati e un ulteriore aumento del potere della Cina sulla scena mondiale.

Dal 1798 al 1913, i dazi proteggevano dal 50 al 90% l’industria americana dalla concorrenza straniera. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti mirarono a ricostruire le economie alleate e ad allontanarle dal comunismo aprendo i mercati dei consumi, industriali e dei capitali. Quando il deficit commerciale emerse  negli anni 70  l’abbandono del gold standard nel 1971 permise agli Stati Uniti di stampare dollari per sostenere lo squilibrio.

La fine della Guerra Fredda all’inizio degli anni ’90 consentì agli Stati Uniti di guidare il commercio globale alle proprie condizioni con  tagli tariffari globali e accordi di libero scambio e furono gli Stati Uniti a promuovere  la produzione manifatturiera estera,.

In particolare fu la Cina a venir favorita beneficiando  di condizioni commerciali preferenziali grazie al suo status di nazione più favorita, mentre consumatori americani assorbivano la sovrapproduzione globale e i profitti aziendali salivano alle stelle senza che molti lavoratori americani ne ottenessero vantaggi. .

La crisi finanziaria globale del 2008 portò a richieste di ristrutturazione economica, con l’amministrazione Obama impegnata a ristabilire  i posti di lavoro nel settore manifatturiero. In seguito, Obama prese le distanze dal Partenariato Trans-Pacifico e fu proprio Obama a limitare  un accordo di libero scambio, una mossa sostenuta dalla Clinton durante la sua campagna presidenziale del 2016.

L’accesso al mercato statunitense tramite tariffe agevolate ha garantito nel 2024 a Pechino un surplus di 300 miliardi di dollari rispetto agli Stati Uniti emergendo  come il principale esportatore e creditore del mondo.

Biden ha adottato un tono meno conflittuale, ma ha aumentato i dazi sulla Cina che insieme a Unione Europea avevano  registrato ampi surplus commerciali con gli Stati Uniti, ma la situazione geopolitica e l’asse strategico con gli USA  attenuarono le critiche.

Oltre alle esportazioni dirette, Washington cerca anche di colpire il ruolo della Cina nel commercio globale. La spinta di Biden verso la produzione “nearshore” in paesi come il Messico ha messo in luce i limiti del “decoupling” (disaccoppiamento) con le aziende cinesi che si sono rapidamente insediate nei nuovi parchi industriali messicani.

Molte importazioni provenienti da altri paesi e spedite negli Stati Uniti contengono anche componenti cinesi, il che significa che l’aumento tariffario “ di base” del 10%   su tutte le importazioni voluto da Trump, ha lo scopo di contrastare gli altri paesi che fungono da canali di transito per le merci cinesi.

Il risultato è che anche se a Trump dovesse succedere un presidente più “morbido”, i suoi aumenti tariffari e il conseguente dirottamento della catena di approvvigionamento potrebbero rivelarsi difficili da annullare.

Già ora i critici si chiedono se questa transizione possa essere rapida, ma la Pandemia  ha dimostrato che le catene di approvvigionamento possono riorientarsi in tempi relativamente rapidi come ha dimostrato  la Cina proprio  avviando operazioni in Messico .

Tuttavia, una guerra tariffaria aumenterebbe i prezzi per consumatori e imprese, ponendo fine all’era dei beni globali a basso costo da cui l’economia statunitense ha fatto affidamento per decenni.

Nel frattempo l’incertezza sulle politiche di Trump  ha innescato oscillazioni di diversi trilioni di dollari. Una volatilità o un calo prolungato dei titoli azionari ridurrebbero le pensioni, il patrimonio delle famiglie e le valutazioni aziendali. Alcuni sostengono che, se i mercati azionari crollassero, il denaro potrebbe affluire e abbassare il prezzo dei Titoli e consentendo al governo di rifinanziare obbligazioni a lungo termine con debito più economico.

Ma  molti detentori tradizionali del debito statunitense potrebbero richiedere concessioni prima di continuare a finanziarlo. I rendimenti dei titoli del Tesoro sono già aumentati rendendo più costoso il nuovo debito, e la Cina, il secondo maggiore detentore di debito statunitense, è sospettata di voler cedere almeno in parte tali obbligazioni a suo vantaggio.

La Cina ha reagito anche aumentando i propri dazi  bloccando l’export di alcune terre rare e minerali essenziali per le tecnologie moderne, mentre le sue aziende statali possono ancora inondare i mercati globali con beni a basso costo e tecnologie relativamente avanzate, estromettendo la concorrenza.

Con una presenza crescente nelle istituzioni internazionali e nei blocchi commerciali, Pechino potrebbe influenzare sempre di più le norme economiche globali se queste istituzioni e questi accordi diventassero più fluidi e gli Stati Uniti facessero un passo indietro.

Ma Trump vuole anche svalutare il dollaro per rendere le esportazioni statunitensi più competitive anche se insiste sul mantenerlo  come valuta di riserva mondiale, facilitando l’accesso al debito a basso costo minando la fiducia globale sul dollaro  anche se non è ancora emersa alcuna chiara alternativa.

La pressione di Trump sulla Federal Reserve che gli resiste, tende a tagli sui i tassi di interesse e riflette le limitate possibilità di indebitamento e di coordinamento nella politica finanziaria degli Stati Uniti, mentre lancia in un importante sconvolgimento economico.

I Democratici hanno evitato  di condannare seriamente le politiche di Trump pur riconoscendo che potrebbe essere una strategia politica perdente.  D’altra parte  le politiche di Trump godono di un certo sostegno da parte della classe imprenditoriale che un tempo considerava la Cina un mercato promettente, ma ora la vede come un rivale.

Comunque in molti prevedono che qualsiasi successo nel rilancio della produzione manifatturiera  americana, arriverà principalmente dalla automazione e dagli impieghi tecnologici  anziché da posti di lavoro ben retribuiti, a vantaggio delle principali aziende statunitensi. Non solo, ma  decenni di cooperazione con la Cina fanno sì che queste aziende rimangano esposte, con molti dei loro tycoon che esprimono pubblicamente le loro preoccupazioni, non ultimo Elon Musk.

Trump, a sua volta, ha presentato i dazi non solo come un modo per esercitare una pressione sui partner commerciali, ma anche come una fonte di entrate per compensare altre imposte. Nel corso della sua campagna elettorale del 2024 aveva proposto di ridurre l’aliquota delle imposte sulle società dal 21 al 15%ha chiesto di ridurre l’aliquota fiscale sulle società di al 15%, dal 21%, già ridotta dal 35% .

Sebbene gli Stati Uniti debbano espandere la produzione sia per il consumo interno che per l’export, la capacità attuale è ben lungi dall’essere sufficiente. I dazi potrebbero spingere aziende e consumatori verso nuove abitudini, ma una protezione generalizzata senza iniziative governative in materia di sviluppo infrastrutturale, formazione professionale e ricerca e sviluppo rischia di arrecare più danni che benefici pur lasciando  il settore privato libero di agire con scarse indicazioni.

Rispetto all’approccio imprevedibile di Trump, Cina e UE si sono posizionate come punti di riferimento stabili dell’economia globale.  Gli appelli USA ai principali alleati economici come UE e Giappone per limitare i rapporti con la Cina riducendo  le importazioni cinesi e impedendo alle sue aziende di affermarsi, rischiano di cadere nel vuoto poiché i dazi hanno messo a dura prova i rapporti reciproci.

Ridurre l’accesso ai consumatori statunitensi minaccia anche un pilastro fondamentale della stabilità economica globale poiché nel 2023 gli Stati Uniti rappresentavano  il 13% del consumo globale di importazioni, assorbendo anche beni in eccesso, mentre la Cina dopo la crisi immobiliare e i problemi dei bassi salari e della denatalità,  si è impegnata a sviluppare i consumi interni.

Fine modulo

Eppure è proprio  il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti che dimostra  la sua dipendenza e la sua minore capacità di ritorsione, mentre l’Unione Europea ha già segnalato che non tollererà un’ondata di merci cinesi trovandosi  sempre più a competere con la Cina nei prodotti di fascia alta.

L’UE si rende finalmente conto dei pericoli della deindustrializzazione, una tendenza che gli Stati Uniti ora cercano di invertire radicalmente prima di altri prendendo di mira anche gli alleati con dazi con i quali  qualsiasi danno economico autoinflitto verrebbe compensato all’estero.

Forzare una guerra commerciale globale come sta avvenendo con il Canada e soprattutto la Cina  indebolirà ulteriormente il modello cinese basato sulle esportazioni, ma le tensioni geopolitiche potrebbero compromettere anche il commercio marittimo già messo alla prova nel Mar Rosso, affrontando costi crescenti di spedizione e assicurazione.

Trump ha cambiato spesso tattica durante il suo primo mandato, alternando minacce e negoziati. Se la sua strategia tariffaria dovesse vacillare, voci come il  Progetto 2025 che chiede un ritorno al libero scambio, potrebbero guadagnare terreno.

Ma Trump ha messo in guardia dagli squilibri commerciali fin dagli anni ’80, quando Giappone e Germania Ovest erano i suoi obiettivi principali. E ora è determinato a rendere l’inversione di tendenza un aspetto centrale della sua eredità, concentrandosi questa volta sulla Cina.

Abbandonare il vecchio sistema, a suo avviso irriformabile, e abbracciare qualsiasi cosa ne derivi si basa sulla convinzione che gli Stati Uniti siano nella posizione migliore per plasmare il nuovo sistema.

La domanda ora è quali Paesi sosterranno questo cambiamento o saranno costretti a farlo. Che si verifichi o meno una completa disgregazione della globalizzazione, The Donald sembra pronto a spingere il più possibile entro i limiti imposti dall’economia globale. Come dimostra il fatto che gran parte dei prodotti dell’America Great Again siano ancora fabbricati in Cina che farà di tutto per non smantellare i suoi vantaggi nel commercio globale.

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