La guerra di Putin

Ucraina, Zelensky e l’Europa fingono di ignorare la situazione militare al fronte  

Si può discutere sin che si vuole se il piano Trump apra spiragli di pace o se le l’Europa sia disposta a sostenere  Kiev sino all’ultimo ucraino, ma la storia insegna che nelle guerre sono i rapporti di forza che contano sul terreno dove calcano gli stivali degli eserciti.

Al di là delle richieste, delle pretese e delle condizioni poste dai contendenti, sul piano concreto è evidente che Zelensky può respingere la proposta di Trump solo grazie al sostegno espresso dalla UE e sino un certo punto con il Regno Unito che già dialoga con Trump. Sostegno che però, sul piano militare, non è e non sarà in grado di assicurare a Kiev né truppe né armi, né munizioni e supporto strategico (incluso quello satellitare) sufficienti a rovesciare le sorti del conflitto.

La società europea di telecomunicazioni Eutelsat potrebbe sostituire solo parzialmente i servizi offerti agli ucraini da Starlink, fornendo una limitata copertura satellitare solo per alcuni servizi essenziali del governo di Kiev, non certo per supportare le forze armate ucraine lungo tutto il fronte.

Nonostante le sollecitazioni quantomeno alla resistenza in armi da parte europea, non ci sono elementi che indichino las possibilità che le forze ucraine riconquistino i territori perduti mentre anche le posizioni attuali sono minacciate dagli attacchi russi.

Semmai si ipotizzano azioni eclatanti come lo sbarco di contingenti in Crimea che l’intelligence russo sta monitorando visto l’intenso movimento di mezzi anfibi a Odessa che, come l’operazione di Kursk, sostanzialmente fallita, hanno più valore dimostrativo e risonanza mediatica in Occidente che valenza strategica.

Più efficace il lancio di missili a lunga gittata in profondità nel territorio russo che potrebbe venir facilitata dalla concessione dei tedeschi Taurus con un gittata di 500 chilometri e oltre, mentre già oggi idroni di Kiev viaggiano e colpiscono a distanza anche di centinaia di chilometri.

Più realistica la posizione del comandante in capo  Oleksander Syrsky che si sta  preparando alle previste offensive delle truppe russe a fine disgelo. Truppe ormai vicine a Sumy, Kharkov e Dnepopetrovsk. Oggi il generale ha la necessità  di accorciare la linea del fronte  a causa della carenza di riserve, mentre i russi disporrebbero, secondo la valutazione delllo stesso Syrsky  di 623mila combattenti, con un volume di fuoco d’artiglieria di 27/28 mila proiettili al giorno.

Nella regione russa di Kursk le truppe ucraine sono state ormai quasi del tutto ricacciate oltre il confine  dove i russi hanno preso il controllo anche di un’area di territorio ucraino nonostante Zelensky abbia ordinato di resistere sino alla fine su quel lembo di territorio russo ancora controllato. Una operazione disapprovata sin dall’inizio anche dal Pentagono, ma a quanto pare suggerita, se non proprio coordinata, dai consiglieri britannici e dall’MI5.

Anche la situazione del “fronte interno” ucraino continua a peggiorare. Dopo i fatti di Sumy che hanno suscitato l’indignazione dell’Occidente e quelli di ieri di Odessa, molti canali Telegram ucraini parlano apertamente dello schieramento di truppe  nei centri abitati per provocare  vittime civili accusando poi Mosca  di crimini di guerra e alimentare l’indignazione dell’Occidente.

Mentre al contrario i russi rivendicano di colpire esclusivamente obiettivi militari spesso operativi in strutture civili e altrettanto  spesso con la presenza di “consiglieri” occidentali.

A rendere più critica la situazione al fronte contribuisce la cronica carenza di aerei da combattimento ucraini, quasi del tutto scomparsi dai cieli. In aprile sarebbero stati abbattuti dai russi un Mig 29 ed un F-16, probabilmente l’ottavo caccia di questo tipo ad andare perduto tra abbattuti e distrutti al suolo, come riportano  i media turchi.

Difficile per gli ucraini rimpiazzare anche le perdite di armi e munizioni ora che gli aiuti statunitensi sono quasi terminati  e non è chiaro quali siano le disponibilità degli europei anche solo a medio termine. Recentemente Zelensky ha esaltato le capacità autonome dell’Ucraina per la produzione di materiale bellico.

Il che è vero anche considerando che prima del conflitto l’Ucraina era fra i più grandi esportatori di armamenti al mondo. Ma è anche vero che i russi  bersagliano con sempre maggiore determinazione i sti industriali ucraini e non solo le strutture energetiche.

Il quotidiano parigino Le Monde riferisce che la principale fabbrica ucraina di polvere da sparo e detonatori, situata a Shostka (regione di Sumy), sarebbe stata bersagliata diverse volte nel corso del 2024 ed infine completamente distrutta lo scorso 31 dicembre con una salva di ben 13 missili balistici russi.

Il 12 aprile un attacco simile ha colpito e causato un grosso incendio presso lo stabilimento aeronautico Antonov, nei pressi di Kiev, che ora si occupa principalmente della produzione di droni: lo ha segnalato il sistema di allerta satellitare della NASA che rileva gli incendi.

Questi sono solo due esempi della metodica azione russa per sgretolare il sistema industriale ucraino che comunque non può minimamente gareggiare con le capacità e le potenzialità di quello russo, spesso collocate a migliaia di chilometri dal fronte e difficilmente raggiungibili da missili e droni.

Se l’Ucraina non può vincere questa guerra può sicuramente prolungarla almeno per tre anni come ha dichiarato recentemente Trump, ma fonti NATO più attendibili parlano invece di fine anno.

Ma anche a Mosca c’è chi non sottovaluta le capacità di combattimento già acquisite dall’esercito ucraino che tiene in scacco l’orso russo in questa guerra per procura che anche l’amministrazione Biden e forse già anche quell Obama, hanno favorito.

In conclusione se il piano Trump non convince Zelensky e parte delle elites europee, l’alternativa che rimane nell’immediato è la prosecuzione dei combattimenti almeno fino a quando Putin sia disponibile a concessioni sostanziali. Che comunque segnerebbero la sua sconfitta .

Se invece fosse l’Europa stessa e unita ad elaborare e mettere sul piatto un suo piano di pace non è da escludere che finisca di collimare con quello americano e magari soddisfare Putin a denti stretti. Ma se Putin come tutti i russi ama il gioco degli scacchi , l’Europa rischia di giocare a poker senza “avere le carte” come ha detto The Donald riferendosi a Zelensky.

Gielle

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