di Giuliano Longo (*)
La dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo cui avrebbe già ” preso una decisione” sul trasferimento dei missili Tomahawk (nella foto) a lungo raggio all’Ucraina – cui fa da pendant la dichiarazione del loquace e aggressivo Dmitry Medvedev con le sue (non poi tanto) velate minacce di attacchi alle città europee in risposta – potrebbero ancora rappresentare una delle “linee rosse” poste dal Cremlino che, anche se ripetutamente violate, non hanno mai portato a nessuna irrimediabile escalation.
Eppure un anno fa, con Joe Biden, quando sul tavolo c’era la fornitura a Kiev dei missili a lungo raggio americani ATACMS americani contro il territorio russo, le minacce del Cremlino ebbero conseguenze poiché Putin modificò la “dottrina nucleare” della Russia – che non ci pare poco.
Attualmente il Cremlino non esprime opinioni così radicali sulle prospettive di consegne di Tomahawk, sebbene Putin abbia già ripetuto più volte che ciò distruggerebbe le relazioni tra Stati Uniti e Russia, portandole a un nuovo livello di escalation.
Per ora questo tema non viene particolarmente sottolineato a livello ufficiale a Mosca -se non consideriamo la dichiarazione di Medvedev, “l’araldo dell’Apocalisse” e probabilmente si spera nell’impegno di Trump per una soluzione pacifica in Ucraina.
Ma a dopo le ultime dichiarazioni del presi dente degli Stati Uniti nel corso del suo trionfo israeliano e in previsione del suo incontro di venerdì con Zelensky, la situazione potrebbe prendere un’altra piega.
Infatti se in questi sviluppi il Cremlino vedesse una inversione di rotta nella posizione di Trump contro Mosca, l’asticella del livello di allarme potrebbe seriamente alzarsi e la risposta della Russia ai Tomahawk sarà molto probabilmente molto più dura. In primo luogo, perché hanno una gittata molto più lunga rispetto agli ATACMS, minacciando i più importanti centri politici ed economici della Russia e il loro utilizzo aumenterebbe significativamente la posta in gioco per gli Stati Uniti.
In secondo luogo perchè la situazione politica è diversa da quella di un anno fa e non c’è nessun politico negli Stati Uniti con cui la Russia possa sperare di raggiungere un accordo “dopo Trump”.
A fronte dei probabili, se non ancora imminenti attacchi ucraini con i Tomahawk, la risposta potrebbe essere nell’immediato l’intensificazione del lancio dei temibili missili ipersonici Oreshnik o addirittura di nuovi ordigni, che Putin ha annunciato nel corso dell’ultima riunione dei CSI in Turkmenistan.
È anche chiaro che se i Tomahawk venissero trasferiti, gli Stati Uniti cercheranno di regolare gli attacchi in modo da provocare il meno possibile una risposta radicale da parte del Cremlino. In fondo Trump ’ha gà detto di voler sapere dove verranno lanciati e probabilmente sarà uno dei temi di discussione con Zelensky.
A questo punto, una cosa è chiara: Washington percepisce questi missili come un strumento di pressione sul Cremlino per costringerlo ad accettare le condizioni di Trump per un accordo di pace in Ucraina, cui potrebbero seguire sanzioni dirette e indirette (a paesi terzi) contro Mosca, come già viene invocato da Kiev e dai Paesi europei più “volenterosi”. .
Ma anche Mosca il partito della guerra russo sta alzando la posta in gioco, minacciando un attacco nucleare contro l’Ucraina o i paesi della NATO costringendo l’Occidente a non rischiare un conflitto nucleare globale.
Nel complesso, si a Mosca (cessato ormai il flirt con The Donald) si diffonde la sensazione che gli eventi si stiano avvicinando a un punto critico, che potrebbe essere seguito da una brusca escalation del conflitto, pericolosa per il mondo intero, con il possibile coinvolgimento di nuovi attori.
Il tempo stringe anche per Mosca
La Russia non ha vinto la guerra sul terreno in Ucraina. Anche senza il Tomahawk e subirà pesanti perdite a causa dei droni ucraini diretti alle infrastrutture energetiche e alle industrie militari russe. I raid ucraini sulla Russia avvengono quasi ogni notte, così come i raid russi sull’Ucraina.
Inoltre Mosca ha una capacità finanziaria limitata per compensare le perdite, e le interruzioni di corrente e le perdite di apparecchiature, non sono ben viste dall’opinione pubblica.
Di fatto, l’Ucraina ha reagito in modo piuttosto efficace ai pesanti raid russi contro le infrastrutture critiche del Paese e, almeno finora, è riuscita a gestire tali perdite o almeno a resistere nonostante esse.
Tuttavia, a tutto c’è un limite. Per quanto tempo l’Ucraina potrà sostenere perdite crescenti e quante rappresaglie potrà sopportare la Russia nel perseguire i suoi obiettivi in Ucraina?
Trump lo sa istintivamente e sta giocando a fare leva sulla Russia, ma con il rischio è che esageri e spinga Mosca a scelte radicali.
Il futuro di Putin, a differenza di quello di Trump, è legato all’esito della guerra in Ucraina pertanto il rischio di una guerra più grande, o dell’introduzione di nuove classi di armi, è in agguato all’orizzonte.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
