La repressione da parte del governo turco del principale oppositore politico del presidente Tayyip Erdogan (nella foto), il PKK, e la mancanza di chiarezza sulle possibili riforme dopo quattro decenni di conflitto hanno accresciuto lo scetticismo tra i curdi riguardo al futuro del fragile processo di pace.
Una pace che vorrebbe essere un impulso alla stabilità politica ed economica della Turchia membro della NATO e potrebbe allentare le tensioni anche in Medio Oriente, mentre un fallimento potrebbe alimentare i problemi economici e sociali nel sud-est meno sviluppato del Paese e aumentare il numero delle vittime che già supera le 40.000.
L’appello lanciato il mese scorso dal leader incarcerato Abdullah Ocalan affinché il suo Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) si sciogliesse in seguito è stato un regalo al governo, dopo i falliti tentativi e il partito filo-curdo DEM, il terzo partito più grande in parlamento, chiede ora che vengano intraprese azioni di democratizzazione.
Il PKK ha dato ascolto all’appello, dichiarando un cessate il fuoco immediato, ma ha aggiunto che voleva che Ocalan stesso gestisse il disarmo stabilendo le condizioni politiche e democratiche affinché la pace abbia successo.
Tuttavia numerosi politici curdi manifestano dubbi che superano le speranze di pace nel sud-est della Turchia, prevalentemente curdo, soprattutto a fronte della attuale repressione dei partiti di opposizione e alla detenzione a sorpresa del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu che sta scatenando enormi manifestazioni di massa.
Al momento Erdogan si è limitato ad affermare che “lo spazio democratico per la politica si espanderà ulteriormente dopo il disarmo” che detto da lui non è certo una garanzia. Comunque la sua posizione sarebbe emersa nel corso della celebrazione del Newroz, il festival primaverile del 21 marzo, quando Erdogan ha suggerito di renderlo festa nazionale, riecheggiando un disegno di legge inviato al parlamento il giorno prima dal parlamentare curdo del DEM Gulcan Kacmaz Sayyigit.
La Turchia ha vietato i raduni del Newroz negli anni ’90, provocando scontri tra i curdi e le forze di sicurezza. Gli scontri hanno raggiunto il culmine durante il cosiddetto “Bloody Newroz” nel 1992, quando decine di persone furono uccise, principalmente nella provincia di Sirnak. Ma ancora oggi la sfiducia nello stato rimane diffusa, mentre di marzo la manifestazione si svolgeva sotto lo stretto controllo di polizia ed esercito.
Nell’ultimo decennio, la Turchia ha destituito decine di sindaci eletti dal partito filo-curdo, incarcerato i loro leader e arrestato migliaia di persone per presunti legami con il PKK, anche se da loro negati. Nel frattempo, dalla sua base nella regione montuosa di Qandil, nell’Iraq settentrionale, anche il PKK, considerato un gruppo terroristico dalla Turchia e dai suoi alleati occidentali, ha espresso sfiducia nei confronti di Ankara.
“Da quando Ocalan ha annunciato la sua iniziativa per la pace, la Turchia non ha fermato i suoi attacchi né ridotto le sue operazioni militari”, ha affermato un rappresentante del PKK. “Gli aerei da guerra turchi continuano a volare sopra le nostre teste”. La Turchia deve fare delle concessioni se vuole seriamente andare avanti nel processo di pace, e finora non lo abbiamo visto“.
Interrogato sulla questione delle operazioni militari, un funzionario del ministero della Difesa turco ha affermato: “Finché ci sarà un terrorista armato, le nostre operazioni continueranno” ricordando che 14 militanti curdi sono stati uccisi in Iraq e Siria nell’ultima settimana.
In qualità di imam della moschea Nebi di Diyarbakir, la città più grande della Turchia sudorientale, Omer Iler ha vissuto in prima persona il conflitto nel 2016, quando le forze di sicurezza hanno combattuto contro i militanti nel vicino centro storico, metà del quale è stato devastato. Fuori dalla moschea affollata, pochi avevano fiducia nel processo di pace. Mentre qualcuno ricordava che “lo Stato ci ha ingannati molte volte e molte volte il PKK ha dichiarato cessate il fuoco, ma per niente”.
Lo stesso PKK ha chiesto di parlare con il suo fondatore, ma non è ancora chiaro se Ankara gli concederà l’accesso. L’ultimo tentativo di porre fine all’insurrezione del PKK è fallito nel 2015, in concomitanza con il consolidamento dell’influenza in Siria della milizia curda YPG, considerata dalla Turchia un’estensione del PKK.
Questa esperienza ha generato una maggiore cautela da parte del Governo turco, dato il potere persistente dello YPG, che è influenzato da Ocalan, ma nega che il suo appello al disarmo si applichi a loro.
Erdogan sta cercando il consenso su una nuova costituzione che gli consentirebbe di candidarsi alle elezioni del 2028 e il sostegno curdo renderebbe la cosa più facile. Ma deve procedere con cautela poiché i passi visti come concessioni al PKK potrebbero alienare molti turchi.
Lo stesso alleato nazionalista di Erdogan, Devlet Bahceli, che ha lanciato la proposta di pace in ottobre, chiede una rapida risoluzione del processo, proponendo che il PKK tenga un congresso per sciogliersi nella Turchia orientale all’inizio di maggio. Lo stesso Bahceli si è recentemente riferito a Ocalan definendolo il “leader fondatore” del PKK, in contrasto con le sue passate denunce nei suoi confronti che lo definivano “capo terrorista” e “assassino di bambini”.
Eppure la repressione militare aperta nei confronti dei curdi soprattutto della Turchia spalleggiata dalle milizie jiadiste siriane, prosegue senza sosta e coinvolge il PKK. Una situazione che rischia di deludere le astuzie di Erdogan. l 19 marzo dopo 2 mesi di offensiva militare, i ribelli siriani appoggiati dalla Turchia hanno conquistato Afrin la città della Siria settentrionale che da anni era sotto il controllo curdo. L’impressione è che negli ultimi giorni i curdi dell’Unità di protezione popolare – milizia più nota con il nome YPG – non abbiano opposto molta resistenza e che si siano rapidamente ritirati sulle colline circostanti.
La vittoria ad Afrin è molto importante per la Turchia, perché è un duro colpo alle aspirazioni curde di autogoverno nel nord ovest della Siria dove Erdogan era intervenuta anche per frenare l’espansione dei curdi, limitarne il potere e creare una specie di “territorio cuscinetto” che li allontanasse dal suo confine.
Un problema che inevitabilmente influisce anche sulle scelte di Erdogan per quanto riguarda l’apparente riappacificazione con il PKK che pare ancora vivo e vegeta non solo in Turchia ma anche in Siria e Iraq.
GiElle
