Economia e Lavoro

Tutte le criticità dietro il nuovo record dell’occupazione in Italia

di Natale Forlani

 

Il numero degli occupati continua a crescere a dispetto del rallentamento delle attività economiche e dell’impatto dell’inflazione sul potere di acquisto dei salari. Il bollettino dell’Istat relativo al mese di ottobre 2023 segnala un ulteriore aumento di 27 mila occupati rispetto al mese precedente accompagnato da un incremento delle persone che cercano lavoro (+45 mila) e da una corrispondente riduzione di quelle inattive (-69 mila). Dati positivi anche per l’occupazione registrata nel corso dell’ultimo trimestre (+109 mila) e rispetto all’ ottobre del 2022 (+458 mila), che coincide con l’aumento dei rapporti a tempo indeterminato. Il dato tendenziale risulta positivo per tutte le tipologie dei rapporti di lavoro, in particolare per i dipendenti a tempo indeterminato, di genere e di età con l’unica eccezione della fascia tra i 35 e i 39 anni. L’analisi delle serie storiche fornite dall’Istat consente di comprendere la natura dei cambiamenti in atto nel nostro mercato del lavoro diventata imponente nella fase della ripresa economica successiva ai lockdown imposti dall’emergenza sanitaria: +1,5 milioni di posti di lavoro rispetto al 1° gennaio 2021 e un saldo positivo di 550 mila occupati rispetto al gennaio 2020, il mese che precede la pandemia. I 23,694 milioni di occupati, e i 15,728 milioni di dipendenti a tempo indeterminato, rappresentano il record storico del mercato del lavoro italiano. Il saldo positivo assume un maggiore rilievo se si analizzano anche i cambiamenti intervenuti nella popolazione attiva. I nuovi posti di lavoro rispetto al periodo pre-Covid riguardano soprattutto i giovani under 34 (+330 mila) e le donne (+317 mila). La quota dei rapporti a tempo indeterminato (+857 mila) aumenta a un ritmo superiore a quello dell’occupazione in generale. Nel contempo si riduce la quota dei lavoratori a termine (-64 mila) come valore assoluto e di incidenza sul totale dei rapporti di lavoro. Aumenta di 3 punti il tasso di attività delle persone in età di lavoro (quelle occupate o che cercano attivamente un lavoro) in relazione all’ aumento della partecipazione dei giovani e delle donne nel nostro mercato del lavoro. Si riduce di mezzo milione il numero degli inattivi.  A far da contraltare alle tendenze positive è la concomitante riduzione dei lavoratori autonomi (-165mila) nonostante il dato positivo dell’ultimo anno (+66 mila). Le conseguenze del declino demografico, dell’invecchiamento della popolazione e del mancato ricambio generazionale nel corso degli anni 2000, trovano riscontro nelle caratteristiche della popolazione attiva: nel costante incremento degli occupati con più di 50 anni (+550 mila), che avviene a discapito della corte tra i 35 e i 49 anni di età (-570 mila), che rappresenta l’ossatura portante del mercato del lavoro termini di contributo professionale e di produzione di reddito. Le novità positive intervenute nel nostro mercato del lavoro e l’emergere di nuove criticità, in particolare il costante incremento della quota dei profili ricercati dalle imprese che non trovano un riscontro positivo nel mercato del lavoro, faticano a essere comprese. Persino da una quota non marginale di politici e di sindacalisti che ostentano la vocazione di rappresentare il mondo del lavoro. I cambiamenti in atto non sono il frutto di particolari politiche adottate dalle classi dirigenti, ma le conseguenze paradossali delle due criticità descritte in precedenza: la progressiva riduzione delle persone in età di lavoro e l’aumento del mismatch tra la domanda e l’offerta di lavoro, che favoriscono il riassorbimento di una quota dei bacini delle persone disoccupate e sottoccupate, in particolare giovani e donne, e la propensione delle imprese a stabilizzare i rapporti di lavoro delle risorse umane disponibili in assenza di valide alternative. Le esperienze maturate nella fase dei lockdown dovuti al Covid, hanno contribuito ad affinare le organizzazioni del lavoro e la gestione degli orari lavoro, per far fronte alla crescita degli ordini ovvero per ridurre le prestazioni con il concorso dei sostegni al reddito nelle fasi di rallentamento della produzione. Sono strategie aziendali che generano gli effetti positivi che abbiamo segnalato, ma che non consentono risposte efficaci sul medio e lungo periodo. In assenza di una significativa ripresa dell’economia e degli investimenti comportano anche una riduzione dei livelli di produttività. Di conseguenza anche dei salari che invece dovrebbero aumentare per consentire il necessario recupero del potere di acquisto e per rendere più attrattive le proposte di lavoro nelle aziende e nei settori che faticano a trovare manodopera disponibile. La decrescita dei contratti a termine, anziché essere salutata con gli applausi, dovrebbe essere fonte di preoccupazione perché rappresenta l’indicatore della rinuncia da parte di numerose imprese a espandere le attività produttive. La riduzione della quota dei lavoratori di media età è soprattutto la conseguenza del mancato ricambio generazionale e comporta la perdita di professionalità e di mestieri che sono il frutto di solidi percorsi formativi e di esperienze lavorative. Criticità difficili da rimediare nel breve periodo. La riduzione delle persone in età di lavoro e la permanenza di un rilevante mismatch tra la domanda e l’offerta di lavoro sono diventate componenti strutturali del nostro mercato del lavoro e richiedono risposte appropriate. L’atteggiamento conservativo da parte delle imprese ha il fiato corto. La tentazione di rimediare i problemi con supplementi di intervento dello Stato per regolare i salari e sostenere i redditi con il concorso di nuove risorse pubbliche viene evocata da coloro che continuano a leggere il mercato del lavoro come fonte di precarietà e di carenza di opportunità lavorative. È un’analisi sbagliata e fuorviante del mercato del lavoro e propone soluzioni che rischiano di aggravare i problemi. La strada maestra per affrontare le criticità è rappresentata dall’utilizzo delle tecnologie digitali per aumentare la produttività. Obiettivo praticabile se in parallelo aumentano gli investimenti per migliorare le competenze dei lavoratori che sono la condizione necessaria per gestire le organizzazioni del lavoro più evolute. L’assenza di politiche attive per il lavoro capaci di raccordare i percorsi formativi con quelli lavorativi ha generato una carenza di risorse umane esperte che deprime il ricambio imprenditoriale e dei profili professionali che sono indispensabili per la tenuta di interi settori.

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