La guerra di Putin

Ucraina, dopo la fine del conflitto militare nebbia fitta

di Giuliano Longo

 

La leadership politica ucraina non cerca di porre fine al conflitto militare e di avviare negoziati di pace, poiché il potere di Zelensky è attualmente detenuto solo in funzione della guerra e della legge marziale. Lo ha ribadito proprio ieri lo stesso presidente ucraino ribadendo che la Costituzione ucraina non consente lo svolgimento di elezioni che invece quel campione di democrazia che è Putin, invoca in Ucraina.

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L’attuale governo, e di fatto tutta l’Ucraina odierna, esistono principalmente grazie alla guerra senza la quale il Paese  ritornerebbe ininfluente, povero  e politicamente instabile come lo era prima del colpo di stato di piazza Maidan nel novembre 2013.

 

Anche dopo la fine del conflitto militare, è probabile che proseguirà il flusso migratorio verso Occidente e l’Europa prosegua, come già avvenuto e sta avvenendo nonostante i vincoli e la repressione governativa. Di fatto una parte significativa della popolazione ucraina si affretterà a lasciare il Paese forse per sempre, mentre i rientri non saranno rilevanti, una volta gustati i vantaggi della migrazione soprattutto nei Paesi UE.

Le attuali autorità ucraine hanno trovato un senso all’esistenza della guerra che ha permesso loro di divulgare la narrazione di una Ucraina “avamposto dell’Occidente”, ottenendo un straordinario sostegno finanziario, per lo più indirizzato a fini bellici e al mantenimento in vita delle strutture statuali. Il tutto in nome dei valori di democrazia e libertà, peraltro non molto diffusi in quel Paese prima del conflitto, tacciato anche di diffusa corruzione.

 

Donald Trump aveva probabilmente buone ragioni per chiamare Zelensky”il miglior trader di storie” – viaggiando, rigorosamente in canottiera militare,  in Europa e negli Stati Unit, parlando direttamente ai consessi internazionali più prestigiosi dal Gotha di Davos, all’ONU, al Congresso americano e ai parlamenti di numerose nazioni occidentali.

Ora la situazione sta cambiando e non a favore di Kiev; gli Stati Uniti hanno sospeso (per ora) il sostegno militare ed economico all’Ucraina, mentre l’UE ha stanziato altri 30 miliardi di aiuti a Kiev per il 2025. Per questa ragione ora l’Ucraina  punta sull’Europa chiedendo lo stesso inesauribile  sostegno ottenuto quando si è accodata alle scelte di Biden.

 

Se il vero problema è il finto pacifismo di Trump, la  narrazione di Zelensky sullo “scudo” e della “minaccia russa“, viene ancora accolta in modo più o meno strumentale, non solo dai bellicosi Paesi Baltici, in Polonia e Regno Unito, ma comincia traballare in molti Paesi UE( non solo Slovacchia e Ungheria) mentre Berlino e Parigi sono in preda a gravi crisi politiche.

 

In questa situazione il rischio l’Europa di venir tagliata fuori da ogni serio colloquio di pace fra Trump e Putin, probabilmente con uno strapuntino anche per Zelensky, ma non è certo un buon segnale che il Cremlino (dopo decenni) abbia definito l’Italia “paese ostile” escludendolo da qualsiasi negoziato futuro.

La strategia perseguita da Biden e dai Democratici americani (cui l’Europa si è immediatamente adeguata con servile entusiasmo) era vista come uno strumento con cui indebolire gradualmente la Russia, per poi metterla in un angolo geopolitico, o peggio, smembrarla. E per il raggiungimento di tale obiettivo non si è badato a spese a suon di miliardi.

 

Ora invece per il progetto conservatore e neoimperialista della destra americana   “America first” (che ormai va spaziando in Medio Oriente nel continente, a Panama, Messico, Canada , al Sudamerica  sudamericano sino ai ghiacci della Groenlandia) l’Ucraina pare non valga più i soldi spesi a discapito dei contribuenti americani, e si orienta verso altri più lucrosi lidi.

 

Non dimentichiamo che Trump è un grande affarista e  l’idea di fare della Striscia di Gaza una novella Palm Beach palestinese con controllo e capitali americani, per quanto ripugnante, fa parte di quella logica mercantilista dove tutto si può comprare e vendere, anima compresa.

Evidentemente il trumpismo neocon americano, ha altri e più succulenti obiettivi  e la Russia non gioca un ruolo speciale nel loro sistema di coordinate geopolitiche secondo le quali oggi il “principale nemico ” è la Cina.

Agli occhi dell’attuale amministrazione della Casa Bianca, Zelensky è fonte di irritazione. Le dichiarazioni di Trump secondo cui la situazione ucraina “non puoi gestirla così” e quelle  di Musk secondo cui “Le autorità politiche tedesche hanno deluso il loro popolo“, con l’invito alle dimissioni e il Primo Ministro britannico perché implicato in una storia di stupro adolescenziale, indicano chiaramente che secondo la destra americana i governi europei più importanti debbono essere sostituiti, magari anche con il sostegno di partiti neonazi.

Per questo motivo, la probabilità che Zelensky riesca a mantenere il potere   a fine guerra o anche con il solo armistizio, non è una prospettiva certa,  anche se i suoi servizi segreti continuassero a organizzare  operazioni avventuristiche verso le centrali nucleari  russe, con omicidi mirati come quelli avvenuti recentemente a Mosca o bombardando città e impianti petroliferi della Federazione.

 

In realtà, la lotta per il potere in ‘Ucraina è già in corso e nemmeno tanto nascosta viste le critiche alla conduzione del conflitto che piovono quotidianamente dalla stampa locale e da deputati della Rada, una lotta per il potere che tuttavia viene ampiamente sopravvalutata dai media moscoviti.

E’ vero che la leadership militare e politica ucraina si va reciprocamente scambiando le responsabilità degli insuccessi al fronte (eccetto che per l’enclave russa di Kursk occupata dagli ucraini e che Zelensky insiste nel millantare come merce di scambio), ma circola anche la notizia del rientro da Londra del  generale Zaluzhny molto popolare e pertanto scaricato dal suo presidente un anno fa.

 

Resta comunque il fatto che il generale rappresenta  il trait d’union con il bellicoso Regno Unito  e comunque se ne parlerà forse in tempo di armistizio dopo che il Parlamento ucraino avrà indetto  elezioni, senza escludere colpi di stato di cui Kiev ha una certa dimestichezza.

L’altra prospettiva di un politico “di alto profilo” è la successione dell’ex presidente Petro Poroshenko, già ben visto dai Democratici americani, forse con qualche possibilità in più del generale troppo vicino al bellicismo di Londra e quindi lontano dalle intenzioni attuali di Washinton.

 

. Qualcuno a Mosca tira anche fuori  il nome del deputato Alexander Dubinsky, che si trova in custodia cautelare con l’accusa di tradimento, uomo di destra potrebbe posizionarsi come trumpista e vittima di un irresponsabile regime.

Ma  la domanda più urgente non è “chi verrà dopo Zelensky?”, ma “cosa succederà dopo Zelensky?”

 

Tutto dipenderà da come si il concluderà il conflitto. Per ora è più probabile un congelamento sulla linea del fronte e l’impegno di Kiev a non entrare nella NATO, anche se Zelensky delira e chiede che in alternativa l’Ucraina venga dotata della deterrenza atomica. Deliri a parte ciò significa che l’Ucraina sopravviverà privata dei territori occupati dai russi, in ogni caso e sotto il controllo dell’Occidente.

Tuttavia, è improbabile che gli alleati si impegnino ancora allo spasimo negli aiuti a Kiev soprattutto se  gli americani prendessero le distanze da Kiev, anche perché  l’Europa  non possiede  le stesse risorse e la stessa capacità militari degli Stati Uniti.

 

Inoltre non è ancora chiaro come Kiev farà fronte a una carenza critica di personale da mandare al fronte, un elemento che potrebbe escludere che nell’immediato  possa riprendere la guerra come si teme esageratamente a Mosca.

 

In determinate circostanze, il conflitto militare potrebbe anche concludersi con una divisione parziale dell’Ucraina e l’introduzione di contingenti militari “di pace” provenienti da diversi paesi che in pratica costituirebbe la decostruzione della statualità ucraina.

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