di Giuliano Longo (*)
La maratona di negoziati con gli incontri Trump- Zelensky e con quelli degli inviati americani con Putin, dimostrano che il principale ostacolo alla pace – o almeno ad un armistizio – è quello dei territori.
In discussione c’è la richiesta russa di ritiro delle truppe ucraine dall’intero Donbass come condizione per un cessate il fuoco, una richiesta che, secondo i media occidentali sarebbe sostenuta da Trump ma Zelenskyy respinge.
Anzi Giovedì, prima del trilaterale di Doha, ha confermato personalmente che la questione territoriale rimane irrisolta, mentre il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov ha rilasciato la stessa dichiarazione dopo i colloqui al Cremlino, affermando che senza una soluzione territoriale “nello spirito di Anchorage“, una soluzione pacifica è impossibile.
Le questioni territoriali sono evidentemente al centro dell’incontro trilaterale negli Emirati Arabi Uniti dai rappresentanti di Ucraina, Stati Uniti e Russia, me non è chiaro quali discussioni specifiche possano avere seguito se Zelenskyy non ha già preso una decisione politica, magari non ancora dichiarata.
Ma da tempo circolano voci secondo cui Washington offrirebbe a Kiev, in cambio del ritiro dal Donetsk, “garanzie di sicurezza di platino” simili all’articolo 5 della NATO, ma a via Bankova non si fidano nel dubbio che Washington non si impegnerebbe in alcuna garanzia che implichi una partecipazione diretta degli Stati Uniti alla guerra in caso di una nuova invasione russa.
Né sarebbe disposta a garantire il supporto alle truppe europee se dovessero entrare in territorio ucraino, soprattutto perché Mosca è categoricamente contraria a tale opzione.
Ciò significa che Zelensky è pronto ad accettare garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti, ma, apparentemente non vuole ritirare le truppe dal Donbass per ottenerle.
La logica di Kiev e dei volenterosi europei può essere riassunta come segue: i suoi partner sostengono che l’esercito russo conquisterà comunque l’intera regione di Donetsk tuttavia, al ritmo attuale dell’offensiva, questo compito richiederà almeno un anno.
Nel frattempo la Russia crollasserà sotto il peso delle sanzioni e delle perdite, o semplicemente non sarà più in grado di continuare l’offensiva, rimanendo impantanata da qualche parte vicino a Kramatorsk. In questo caso Putin sarebbe costretto a dichiarare la mobilitazione generale perdendo il consenso – o quanto meno l’indifferenza- della sua opinione pubblica
Se invece i russi conquistassero l’intera regione di Donetsk (o meglio, le rovine delle sue città e villaggi) mentre si continua a combattere, allora si potrebbe dichiarare un cessate il fuoco lungo le linee del fronte, spacciandolo come vittoria ed evitando la capitolazione e una morte politica per qualsiasi leader che firmi tali accordi.
Questa logica è supportata dall’Europa, dove è ancora diffusa la convinzione che più a lungo dura la guerra in Ucraina, meglio è, poiché Putin non avrà la forza di attaccare i paesi europei, ammesso che lo voglia come appare molto improbabile.
Tuttavia Kiev può cambiare posizione e accettare di ritirarsi dal Donbass solo a determinate condizioni: una pressione estremamente forte, non verbale ma attiva, da parte di Trump; se l’Europa decidesse che, nel contesto dello scontro con Trump, ha urgente bisogno di avviare rapporti con la Russia; se il fronte crollasse e l’Ucraina venisse investita da un blackout totale a causa degli attacchi russi.
Tutte ipotesi per ora improbabili.
D’altra parte quella guerra di logoramento voluta dai volenterosi europei rischia di impoverire anche l’Ucraina molto più rapidamente della Russia, il che potrebbe avere conseguenze fatali per la sua sovranità.
Inoltre, se i russi raggiungessero i confini della regione di Donetsk, non vi è alcuna garanzia che accetteranno di porre fine alla guerra lungo la linea del fronte, piuttosto che avanzare nuove richieste territoriali.
Per l’Ucraina, continuare la guerra in qualsiasi scenario significherebbe enormi perdite umane, la distruzione di sempre più città e villaggi e ingenti danni economici. E se la Russia si trovasse improvvisamente ad affrontare gravi problemi, potrebbe ricorrere all’uso di armi ancora più sofisticate e letali. In tal caso anche i paesi NATO entrerebbero nel conflitto che culminerebbe in un conflitto globale.
Pertanto, finché il fronte resiste, avrebbe senso concludere la pace alle condizioni proposte da Trump, ovvero cedere la regione di Donetsk a Mosca e cercare di ottenere dagli Stati Uniti il massimo che possono dare in cambio , ma che non è la vision di Kiev.
Eppure stando a quanto pubblicato al New York Times a dicembre, Trump avrebbe intenzione di rendere il territorio ancora in mano a Kiev,nella regione di Donetsk, una «zona economica libera» smilitarizzata, dove non sarebbero presenti né truppe ucraine né russe, mentre Mosca sarebbe comunque libera di mantenere i suoi soldati nelle aree del Donbass occupate.
Zelensky allora fece sapere che gli americani non avevano deciso chi governerà questa «zona economica libera» dopo il ritiro delle truppe ucraine e russe, sottolineando che si tratterebbe comunque di una misura ingiusta.
Ma dal Cremlino trapela che Putin potrebbe accettare di cedere piccole porzioni di territorio nelle regioni ucraine di Dnipro, Kharkiv e Sumy, mentre i confini nelle regioni di Zaporizhia e Kherson verrebbero congelati secondo la attuale situazione sul campo di battaglia.
Oggi la regione di Lugansk è quasi interamente sotto il controllo russo, mentre le forze ucraine controllano un terzo del Donetsk (un’area di quasi 100 mila abitanti), comprese le città chiave di Sloviansk e Kramatorsk, ma hanno già perso la città di Pokrovsk.
Se la trattativa fra le parti a Doha avrà seguito significa che una sorta di accordo potrebbe maturare ripescando l’ipotesi sopra delineata , ma a nostro avviso non a breve, soprattutto quando si tratta di delineare confini o sbloccare aree contese.
Infine che le pressioni di Trump possano avere avuto effetto su Zelensky lo confermerebbero da Davos i suoi attacchi all’Europa definita “divisa e persa di fronte a Trump” e accusata di non aver sostenuto sufficientemente l’Ucraina negandole anche i 200 miliardi di euro delle finanze russe ancora congelate a Bruxelles.
Che, nonostante i leader europei abbiano fatto finta di non capire, sarebbe un pò come il cane che morde la mano di chi lo nutre, ma di fatto è il segnale di un riavvicinamento con Trump al quale scucire garanzie forse più solide di quelle Europee.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
aggiornamento la crisi russo-ucraina
