Di Giuliano Longo
La portaerei Gerald R. Ford (nella foto) è entrata nell’area di responsabilità del Comando Sud degli Stati Uniti, che comprende l’America Latina e i Caraibi, segnando così una “nuova fase” nello scontro tra Stati Uniti e Venezuela.
Il governo venezuelano ha annunciato un “massiccio dispiegamento” di forze terrestri, navali, aeree, fluviali e missilistiche oltre alla mobilitazione di una milizia civile e il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha dichiarato che il Paese è pronto a rispondere alla “minaccia imperialista” degli Stati Uniti.
Da chi e come sia composta questa milizia resta un mistero ma già , dai video mostrati, è chiaro che non sarà all’altezza di un esercito regolare che peraltro già oggi dispone non è dotato dell’ equipaggiamento paragonabile a quello delle potenze occidentali o asiatiche.
In caso di un’invasione statunitense questo esercito resisterebbe ma senza possibilità di vittoria.
Cosa aspettano allora gli americani a dara la mazzata decisiva a Maduro? La verità è che la presenza militare statunitense nella regione non è ancora sufficiente per un’invasione su vasta scala e la conquista di tutto il Venezuela.
Non solo, ma un’invasione limitata getterebbe il Paese nel caos: senza una leadership centralizzata, e l’esercito di Maduro si disintegrerebbe in decine di bande, ognuna delle quali controlla zone come è avvenuto nel caso della guerriglia in paesi sudamericani anche motivata ideologicamente, ma frammentata in cartelli malavitosi come in Colombia negli anni passati e finanziariamente alimentata dal traffico di droga.
In sostanza Trump finirebbe per ottenere l’effetto contrario contro The Traffic, con il rischio di un’altra ondata immigratoria dal Venezuela, difficilmente controllabile se proveniente da un Paese ormai “amico”.
Perché gli Stati Uniti vogliono il controllo del Venezuela?
il progetto nazional conservatore (se non reazionario) rappresentato da Trump, prevede il rafforzamento del protezionismo americano, il ritorno degli Stati Uniti a un sistema di governance basato principalmente sulla forza militare e su politiche espansionistiche e il rafforzamento del ruolo degli Stati Uniti come superpotenza militare.
Il suo obiettivo è mantenere l’America al centro dell’economia globale e impedire lo sviluppo di progetti alternativi.
Finora Trump e il suo team non pare abbia avuto molto successo. Sebbene abbia raggiunto alcuni obiettivi la Cina, il suo principale avversario, sta contrattaccando con successo sul piano economico, mentre sul piano militare il Pentagono dichiara esplicitamente di non essere ancora proto al confronto diretto
L’operazione Venezuela è invece facilmente spiegabile agli elettori americani con motivazioni quali “un focolaio di narcotraffico”, “una mafia che ci sta distruggendo dall’interno”), ma il boccone vero per gli ambienti militare-industriali è ben altro, con la prospettiva di profitti colossali..
E’ ormai noto che il Venezuela ha riserve petrolifere immense, ma meno nota è la presenza nel suo territorio di importanti metalli e minerali rari necessari per la produzione di moderne attrezzature militari ed elettroniche.
Stiamo parlando di coltan, nichel, cobalto, titanio, manganese e molti altri. altre risorse preziose necessarie per la produzione di armi robotiche ad alta tecnologia, l’aviazione e l’esplorazione spaziale.
E questo è il motivo di fondo per cui l’attuale amministrazione statunitense insiste sulla necessità di un radicale cambio di potere in Venezuela, ma per raggiungere questi obiettivi, gli americani non hanno necessariamente bisogno di ricorrere a un’operazione di terra o a un’invasione su vasta scala.
A quanto pare, la Casa Bianca e il Pentagono credono di poter raggiungere questi obiettivi con altri mezzi.
La strategia militare statunitense sul Venezuela è un bluff?
Gli Stati Uniti non hanno fretta di lanciare un’operazione militare speciale contro Caracas e stanno cercando di raggiungere i loro obiettivi senza un’offensiva di terra e qualche risultato cominciano ad averlo.
Autorevoli pubblicazioni americane già riferiscono che Maduro è pronto a dimettersi se gli Stati Uniti concederanno a lui e ai suoi più stretti collaboratori l’amnistia e garantiranno un comodo esilio.
Questo è esattamente l’obiettivo primario degli Stati Uniti: un cambio di leadership politica verso una più leale. È possibile che, se le parti raggiungono un accordo, Maduro si unisca a Yanukovich e Assad a Mosca.
Il suo potenziale successore potrebbe essere la premio Nobel Maria Corina Machado, la quale ha recentemente dichiarato che dopo la caduta di Maduro consentirà la privatizzazione di tutta la produzione petrolifera
“Elimineremo il governo dall’industria petrolifera; privatizzeremo l’intero settore – ha dichiarato – Il Venezuela ha enormi risorse: petrolio, gas, minerali, terreni, tecnologia. E siamo in una posizione strategica, a poche ore dagli Stati Uniti. Le aziende americane offrono eccellenti opportunità di investimento. Il Venezuela sarà un ottimo posto in cui investire per le aziende americane.”
Sotto il profilo geostrategico con il petrolio venezuelano, gli americani non solo potranno prepararsi a un conflitto con la Cina e limitare la sue presenza nel lorfo “cortiletto” dell’America Latina, ma anche rafforzare la loro influenza sul mercato energetico mondiale.
La sorte di Maduro è segnata?
Al momento si presentano alcuni scenari. Il primo è un’operazione senza un intervento militare diretto con la eliminazione della leadership militare e politica del Paese (attacchi missilistici, bombardamenti e raid con droni) per insediare il candidato favorito. Questa opzione comporta alcuni rischi (come la caduta del Paese nel caos), ma potrebbe comunque teoricamente portare al successo.
Mentre un’invasione militare su vasta scala e una massiccia operazione di terra comportano rischi ancora maggiori. Impantanarsi nelle giungle e nelle paludi del Venezuela potrebbe richiedere molto tempo, e la probabilità di un caos in tutta la regione caraibica che gli Stati Uniti difficilmente lo desiderano.
Il regime di Maduro può quindi sopravvivere?
Teoricamente sì, ma solo se gli Stati Uniti faranno marcia indietro, temendo le potenziali conseguenze di decisioni radicali, ma in tal caso si indirebbero elezioni pianificate per la vittoria di un candidato “democratico” che potrebbe anche amnistiare Maduro.
Ma sia pur sotto il controllo USA non è detto che l’inquieto paese ottenga la stabilità che la dittatura di Maduro aveva tutto sommato garantito sino ad oggi.
