di Balthazar
Poco nota è la conseguenza determinata dall’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia che, insieme alla già storica appartenenza all’Alleanza della Norvegia e al fenomeno dell’arretramento della linea dei ghiacci in Artico, apre a nuove prospettive di sfruttamento geopolitico e quindi a nuove vulnerabilità per l’intera penisola scandinava.
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Alla sorveglianza allargata al GIUK la NATO dovrà aggiungere una nuova linea di monitoraggio marittimo dalla linea tra il nord della Norvegia continentale l’Isola degli Orsi (Bjørnøya) e le Svalbard.
Va precisato che il GIUK gap è il termine utilizzato in ambito militare, a partire dagli anni quaranta, per indicare un’area dell’oceano Atlantico settentrionale che forma un punto di sbarramento per la guerra navale
La storia delle Svalbard
Sebbene formalmente demilitarizzate, le Svalbard oggi vengono considerate strategiche per la presenza russa al nord della Norvegia – e di conseguenza Finlandia e Svezia- sia per le intenzioni cinesi di un loro posizionamento nell’Artico.
Che queste isole sperdute nei ghiacci abbiano da secoli eccitato gli appetti delle potenze lo dimostra la loro storia.
L’olandese Willem Barentsz scoprì l’arcipelago nel 1596 mentre si trovava alla ricerca di un passaggio verso il Polo Nord. A lui è dedicato il mare di Barents parte del Mar Glaciale Artico, localizzato a nord della Norvegia e della Russia e le stesse Svalbard.
Inizialmente l’arcipelago era noto come Spitsbergen (“montagne appuntite”) e la mappa dell’Artico di Barents del 1599 definiva l’area col nome più generico di Het Nieuwe Land (“La Nuova Terra”).
Il primo sbarco sull’isola risale al 1604, quando una nave inglese attraccò a Bjørnøya e iniziò a cacciare i trichechi; in seguito Spitsbergen divenne base per la caccia alle balene artiche dal 1611.
Ma In breve divenne terra di contesa economica tra inglesi, danesi, francesi e olandesi che nel 1619 vi fondarono uno dei primi insediamenti stabili.
Gli insediamenti, per lo più estivi proliferarono e restarono fino al XIX secolo quando la caccia ai grandi cetacei si spostò nell’Artico. La presenza russa iniziò invece nel XVII secolo con l’arrivo di cacciatori di pelli di volpi e orsi polari.
Nel 1809, dopo una serie di raid inglesi nel Mare di Barents, l’attività russa alle Svalbard diminuì fino a cessare del tutto nei primi anni dell’Ottocento.
Fu verso la fine del XIX secolo che le Svalbard attirarono un primo interesse minerario per la presenza di numerosi giacimenti di carbone necessario per le esplorazioni artiche.
Le prime miniere vennero avviate date dai norvegesi nel 1899, seguiti dagli inglesi e nel 1908, dagli statunitensi.
Solo dopo la I guerra mondiale, alla conferenza di Pace di Parigi, del 1920, venne firmato il trattato delle Spitsbergen (Svalbard) che assegnò alla Norvegia la sovranità delle isole, lasciando però a tutti i firmatari il diritto assoluto di pesca, caccia e sfruttamento delle risorse minerarie.
Il trattato ebbe effetto dal 14 agosto 1925, assieme all’Atto delle Svalbard che regolò per la prima volta la vita amministrativa dell’arcipelago delle Spitsbergen. Solo negli anni 1920, la Norvegia decise di rinominare l’arcipelago col nome di Svalbard, e l’isola principale divenne nota come Spitsbergen.
I russi continuarono a chiamare l’arcipelago col nome di Grumant e l’Unione Sovietica riconobbe il nome Spitsbergen avanzando la tesi che fossero stati i russi i primi a scoprire quella terra.
Durante la seconda guerra mondiale tutti gli insediamenti vennero evacuati e i Tedeschi ne 1943, presero con la forza la guarnigione norvegese distruggendo gli insediamenti di Longyearbyen e Barentsburg. Nel settembre del 1944 vi stabilirono delle stazioni meteorologiche e i militari tedeschi furono gli ultimi ad arrendesi alla fine del conflitto.
La guerra fredda e le Svalbard
Dopo la guerra, l’Unione Sovietica propose un’amministrazione condivisa norvegese e sovietica per la difesa militare delle Svalbard ma questo accordo nel 1947 venne respinto dalla Norvegia in previsione del suo ingresso nella NATO. Ma comunque i russi mantennero. alta la loro presenza nelle isole per assicurarsi che l’arcipelago non fosse utilizzato militarmente dalla NATO.
Gli interessi della Cina nell’Artico
La novità è che anche la Cina sta incrementando le proprie attività di ricerca presso la propria stazione ‘Fiume Giallo’ istituita nel 2003 a Ny-Ålesund (località dove si trova anche la Stazione artica italiana, ‘Dirigibile Italia’) e nel 2023 ha posizionato boe di ascolto acustico nel Mare del Nord.
È ben nota la “connection” cinese tra ricerca pura e finalità militari e già la Cina si è autodefinita “Stato quasi Artico” manifestando il proprio interesse verso le Svalbard, inviando membri dell’Amministrazione Cinese dell’Artico e dell’Antartico presso il centro scientifico russo di Barentsburg.
La corsa al riposizionamento nelle isole
Anche la Russia sta intensificando la storica presenza di suoi cittadini in quelle isole, un tempo oggetto anche di sfruttamento minerario da parte di Mosca nel sito di Pyramiden sull’isola di Spitsbergen.
Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022: Mosca sta alzando l’attenzione strategica sulle isole Svalbard dove ha tentato di ricostruire una presenza diretta sfidando il governo di Oslo al punto che, il 9 maggio del 2023, ha organizzato una piccola parata militare sull’isola in occasione della ricorrenza della vittoria sovietica contro i nazisti.
La piccola sfilata di veicoli esponeva anche la bandiera della autoproclamata Repubblica bielorussa Donex. Folclore o messaggio esplicito? Nel 2024, a Pyramiden le bandiere norvegesi sono state sostituite da bandiere russe mentre un deputato della Duma ha proposto di cambiare il nome dell’arcipelago in isole Pomory.
Mosca ha anche accusato la Norvegia di violazione del trattato del 1920, che garantiva l’utilizzo dell’arcipelago solo per scopi pacifici, e di voler coinvolgere le isole nella pianificazione militare di Stati Uniti e NATO.
Corsa al ripopolamento delle isole
Dal canto suo, la Norvegia ha mostrato la volontà di riportare sempre più le Svalbard sotto la propria egida, limitando la presenza di persone di altre nazionalità. In quest’ottica, secondo il governatore delle isole, potrebbe essere un’attrazione turistica esaurendo la propria produzione di estrazione mineraria per la azienda statale russa
La presenza Russa ha invece ottenuto il sostegno esplicito di Pechino che ha chiesto lo sviluppo di un deposito di semi in Russia per sostituire quello già esistente nelle Svalbard, qualora venisse danneggiato, inviando una nuova spedizione di ricerca nell’arcipelago norvegese.
A questi fattori si aggiungono la crescita della domanda internazionale di carbone, che potrebbe rendere nuovamente profittevole l’estrazione dalle miniere dell’arcipelago.
Alcuni esperti hanno già ipotizzato il fatto compiuto di una occupazione russa delle isole secondo la qual gli Stati Uniti, la Norvegia, il Regno Unito e i Paesi Nordici si schieraebbero a favore della riposta militare, mentre i membri dell’Europa continentale mantengono la posizione contraria.
Per evitare un simile scenario, la Nato dovrebbe adottare una posizione comune sulla difesa delle Svalbard da qualsiasi attacco russo per evitare “l’im-probabilità” che Putin prenda di mira questo arcipelago isolato come prossimo passo nella sua campagna per indebolire l’Occidente.
La nota linea oltranzista che vede la Russia all’attacco più o meno prossimo dell’Europa.
