di Fulvio Grimaldi (*)
Delcy Rodriguez accoglie Chris Wright, Ministro USA dell’Energia
Terremoto e occupazione
Lo spaventoso terremoto del 24 giugno colpisce un paese completamente destabilizzato. Il terribile numero delle vittime e la dimensione delle distruzioni, provocano la sospensione delle manifestazioni dei movimenti bolivariani contro gli indirizzi adottati dal regime e per la liberazione e il ritorno di Maduro. Di queste espressioni di volontà popolare organizzata, che riprenderanno con vigore alla vista della progressiva demolizione della sovranità del paese, ho potuto avere conoscenza diretta da Juan Contreras, deputato e leader del movimento chavista “Coordinadora Bolivariana”. Si tratta della storica organizzazione militante nata nel quartiere “23 de Enero” di Caracas al tempo della dittatura di Jimenez ed estesasi a tutto il paese. Un’ intervista a Contreras c’è nel mio docufilm “L’Asse del bene”.
Alla rimozione di alcuni esponenti del governo e a quella del capo delle Forze Armate, si accompagna l’arrivo in Venezuela di truppe statunitense, già prima del terremoto, e poi israeliane. Queste, venute offrendo di contribuire ai soccorsi. Per i quali, però, si presentano come esperti alti ufficiali dell’IDF, assolutamente privi di specifica esperienza in merito, ma fortissimi nel lavoro di infiltrazione nelle vicende interne dei paesi latinoamericani, a partire dall’intelligence e da operazioni di destabilizzazione. Giorni prima si erano ristabiliti i rapporti diplomatici che Caracas aveva rotto nel 2009, in protesta contro la pulizia etnica dei palestinesi e l’operazione “Piombo Fuso” del 2009, che potete rivedere in questo docufilm:
Delcy Rodriguez e ufficiali israeliani
Dalle esercitazioni e dai pattugliamenti svolti dagli statunitensi in piena Caracas e in altre città, si passa a qualcosa che i movimenti delle Comuni in rinnovata mobilitazione definiscono la “decimazione” dei nuclei di resistenza, con riferimento all’intervento di unità congiunte di militari USA e polizia venezuelana contro focolai di “insubordinazione”. Incomincia a echeggiare da un capo all’altro del paese la parola d’ordine fuera los yanquis.
Militari USA pattugliano Caracas
Via la vecchia opposizione, Va bene Delcy
Quelli citati sono come, dimostra l’evidenza dei fatti, dimostrazione di una strategia lineare e coerente di adeguamento alle direttive di un presidente che, in un solo fiato, detta a Delcy ciò che deve fare, assicura alle compagnie statunitense il controllo sul petrolio venezuelano e vaticina, con tanto di mappa, il “Venezuela 51° Stato degli Stati Uniti”.
Nell’analisi di chi certifica la buonafede degli attuali governanti, si occulta questa successione di passaggi che, al confronto storico tra Venezuela chavista e USA, sostituiscono una concordanza globale di scelte e obiettivi.
Il discorso giustificazionista si riveste di nobili addobbi: “Il rifiuto del genocidio palestinese è il cuore pulsante del discorso di insediamento di Delcy Rodriguez, pilastro irrinunciabile e storico il governo bolivariano a Caracas, Cuba-Venezuela una sola bandiera, braccio asimmetrico con Washington, anche Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk, Delcy e il PSUV non sono stati paracadutati da un esercito straniero di occupazione, sottovalutata la maturità del popolo venezuelano, el pueblo en la calle e la Milizia Bolivariana…”
Già, el pueblo en la calle, che ormai ininterrottamente denuncia la frode e i cedimenti, in sempre più netta opposizione al gruppo dirigente e agli ospiti a stelle e strisce e con stella di David, soccorritori per gli uni, invasori e occupanti per gli altri.
Arrampicarsi sugli specchi, o sul palazzo di Miraflores?
Partiamo da un Venezuela dove dal pubblico siamo passati al privato, dalla sovranità all’occupazione coloniale e all’intervento di “soccorritori” statunitensi e israeliani, per arrivare al dunque: è mai possibile, alla luce degli sviluppi elencati e che non sono neanche tutti dello stesso indirizzo, sostenere quanto Geraldina Colotti afferma nel suo intervento?
È davvero plausibile che “tutto è rimasto in mano a una direzione bolivariana in virtù della sua capacità di mediazione, costruzione di alleanza e di fare politica”? Che “i dirigenti venezuelani hanno seguito il consiglio di Fidel e non si sono sacrificati come Allende”? Che “non si sono fatti schiacciare dal giogo dell’ideologismo dogmatico”? Che, dopotutto, se ora “il Venezuela è alleato degli USA, è pur sempre rimasto alleato di Russia e Cina”? E che, a dimostrazione della sovranità salvaguardata, “ancora esistono le rappresentanze diplomatiche dell’Iran e della Palestina a Caracas”?
E perfino che “anche Chavez si arrese ai generali che lo avevano imprigionato a Miraflores”. Dove si arriva a precipitare nel falso pro domo sua. In quei giorni dell’aprile 2002, ero a Caracas (il golpe è testimoniato nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”) e milioni di venezuelani sanno che Chavez non si è mai sognato di arrendersi. Fu prelevato con la forza dagli ufficiali felloni e trasportato, in catene, nella caserma di Fuerte Tiuna e poi liberato dalla mobilitazione popolare entro 48 ore. Quello della “resa” è un insulto che Chavez non merita.
Secondo Colotti, “dal momento che Chavez, nel 2007, accettò la sconfitta al referendum sulle nazionalizzazioni, evitando lo scontro con l’opposizione”, bene farebbero a mediare i governanti venezuelani “di fronte all’occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a rischio di uno scontro armato e di una guerra civile”. Meglio farsi dettare la politica e l’economia da Washington e farsi “dare una mano” dai genocidi israeliani e dall’autocrate assassino Trump. Meglio, scrive Colotti, “cedere il petrolio cercando di non cedere la sovranità”. Come se non fosse la stessa cosa.
Tutto questo, per la brava giornalista, comporta “riconoscere l’autorità dell’esecutivo nominato. il che significa difendere il filo della continuità costituzionale contro ogni tentativo di imposizione coloniale esterna”. Salvati capra e cavoli.
Va riconosciuto a Geraldina Colotti una inesausta capacità di compiere prodigi di funambolismo dialettico, al limite e oltre della spregiudicatezza. Qualcuno ha parlato, nella stessa edizione, di arrampicata sugli specchi, della quale ci si dovrebbe stupire alla luce delle lunghe e approfondite frequentazioni della materia latinoamericana che, con notevoli meriti, la collega vanta.
E ciò va comunque rispettato. Anche se l’insistere sull’integrità assoluta, per quanto “mediatrice”, del gruppo dirigente venezuelano, sotto tiro perfino del movimento di massa bolivariano, rappresenta oggettivamente un assist all’operazione – e agli operatori – che ha portato alla fine del Venezuela chavista.
Non c’è dubbio che l’attuale governo a Caracas si sentirà confortato dai riconoscimenti e sostegni fornitigli da supporter di vario genere. Meno encomiabile dal punto di vista deontologico ed etico apparirebbero i termini con i quali vengono qualificati, peraltro con indirizzi precisi per quanto non nominati, coloro che non concordano con l’analisi di Colotti. Termini dispregiativi che, così, forniscono con l’inficiare la persuasività e dignità dell’argomentazione.
Qui si parte dalla definizione di una gerarchia di valori, attribuita alla propria parte (quando non alla propria persona), nella quale si ritrovano coloro “che hanno attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria”, che “conoscono il peso materiale della lotta di classe, con i suoi costi umani, le sue carceri…” E si arriva all’elegante e rispettosa descrizione del pensiero altrui in quanto espresso con “ragli digitali”, “invettive sterili di chi confonde il marxismo con un catechismo morale” (?), “una mefitica logica da tifoseria”, a “un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza avere mai conosciuto né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica, né quindi i costi della sconfitta…”
So che Geraldina parla di me, ma, incidentalmente, ho fatto l’inviato in quasi tutte le guerre, a partire da quella nordirlandese e a finire con quella palestinese. Da seduto mi si è visto di rado. E anche tra chi, su L’AntiDiplomatico, ritiene che il Venezuela sia stato venduto, non trovo tarantolati seduti a distanza di sicurezza. Anzi.
Per valutare nei suoi contenuti fattuali l’excursus della collega basta e avanza quanto si è verificato tra Washington e Caracas a partire dal 3 gennaio (e sicuramente da prima, ce lo diranno gli storici) e, passando per la privatizzazione istituzionalizzata delle proprie risorse a favore di interessi multinazionali e per l’intervento sul territorio di militari USA e israeliani, quanto non si è ancora concluso. E quanto quotidianamente viene denunciato da movimenti di massa che si trovano di fronte repressori anch’essi multinazionali.
Per giudicare il tenore etico e deontologico di questo scambio, è sufficiente lo stile con il quale si rappresenta chi dà un’interpretazione diversa di quegli eventi e dei loro protagonisti. Mi sono limitato a un breve resumee.
Per dirla tutta, rispetto a certe scelte di vita che scambiano il nemico con l’amico, l’infiltrato col compagno, vale sempre la massima di Sant’Agostino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.
(*) Giornalista e scrittore
2-Fine
