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Trump contro la Cina sconvolgerà l’Asia

di Balthazar

 

Le nomine del gabinetto di Trump segnalano che la guerra commerciale con la Cina è realtà e non retorica, il che significa che tutta l’Asia verrà coinvolta nel fuoco incrociato

di Balthazar

Quando Joe Biden e  Xi Jinping si incontreranno sabato domani 16 novembre, potrebbero anche trovare un punto in comune su una grave minaccia per l’economia globale nel 2025: la bomba Donald Trump.

I collaboratori di Trump ostili alla Cina

Nei giorni successivi alla sua vittoria elettorale il presidente eletto (che si insedierà alla fine di gennaio,  si è impegnato a nominare dei collaboratori assolutamente ostili a Pechino, tra questi, il senatore della Florida Marco Rubioa capo della diplomazia statunitense  primo  segretario di stato in carica già sanzionato da Pechino, il che significa che non potrebbe nemmeno visitare il paese.

Aggiungiamo a Rubio  il falco della politica Robert Lighthizer, futura “guida”   del commercio statunitense che all’inizio di quest’anno, ha parlato di un desiderio Trump per svalutare il dollaro  per aumentare le esportazioni.

Poi c’è Mike Waltz, uno dei più accaniti critici della Cina al Congresso, che ha definito il governo di Xi una “minaccia esistenziale”e sarà consigliere per la sicurezza nazionale di Trump.

Né  Xi può essere contento che Trump nomini il critico di Pechino John Ratcliffea capo della Central Intelligence Agency (CIA) o il conduttore di FOX News Pete Hegseth come segretario della difesa.

Anche tali nomine  spiegano perché i Xi si sta preparando per la tempesta trumpiana che verrà e perché Biden e Xi hanno molto di cui discutere questo fine settimana al vertice in Perù dell’” Asia Pacific Economic Cooperation (APEC).

Le tariffe sulle importazioni richiamano gli anni 80 del secolo scorso

La tariffa del 60% che Trump intende imporre a tutti i prodotti Made in China è un punto in cui Biden non è mai stato disposto ad accettare  dato che la strategia commerciale eel tycoon è  copiata dagli anni ’80 e  soprattutto potrebbe ritorcersi  contro le famiglie americane probabilmente con un’inflazione più elevata.

Allora  lo spirito dei tempi  era dominato da guerre commerciali, svalutazione e paranoia sui capi delle aziende  giapponesi che rubavano il futuro dell’America. Oggi il  problema della risposta tariffaria di Trump è un tentativo di rilanciare e rispondere a un sistema che non esiste più.

Nel corso del suo primo mandato  la “riforma” distintiva di Trump è fi un massiccio taglio delle tasse da 1,7 trilioni di dollari, più roba da anni di Ronald Reagan che una strategia per rianimare la competitività americana per il futuro. Facendo poco  competere con la Cina in modo organico,   migliorando la situazione della economia americana

Allora  serie l’aumento  delle tariffe di Trump non ha aumentato la produttività degli Stati Uniti, non ha scatenato nuove ondate di imprenditorialità né ha creato nuova forza economica in patria, come è probabili che accada anche per il suo secondo mandato.   .

Molto dipenderà dalla percentuale delle tariffe

La tassa del 60% potrebbe facilmente salire al 100% o più. Così come la tassa generale del 20% che Trump sta valutando per tutti i beni provenienti da ogni dove fra cui l’Europa. Le imposte del 100% annunciate da Trump per le auto prodotte in Messico, ad esempio,  potrebbero presto essere estese ai veicoli provenienti da Germania, Giappone, Corea del Sud, Svezia e altri paesi.

A ben vedere Biden sugli aumenti tariffari,  aveva  già battuto Trump quando a maggio impose 100% sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi, in mezzo alle preoccupazioni che i beni a basso costo stesser “inondando”il mercato statunitense.

Ma ora  che il fondatore di Tesla, Elon Musk, che sussurra all’orecchio di Trump, potrebbero essere in arrivo tasse ancora più alte sui veicoli elettrici e avverte che la Cina “demolirà” i rivali automobilistici mondiali a meno che Washington non eriga barriere commerciali più elevate.

Le conseguenze in tutta l’Asia

Il  governo di Xi non è certo impaziente di assistere all’era Trump 2.0 e neanche il resto dell’Asia. L’intera area  potrebbe infatti ritrovarsi sulla linea di fuoco mentre Trump è ossessionato dai deficit commerciali bilaterali da un paese all’altro. Parliamo di Corea, Taiwane soprattutto il Vietnamche hanno registrato grandi guadagni commerciali rispetto agli USA, m anche Giappone e Indiache hanno surplus commerciali con gli Stati Uniti.

Le ricadute dei danni che i dazi doganali arrecheranno alla Cina entro il 2025 potrebbero cambiare le carte in tavola. Infatti la nuova guerra commerciale potrebbe porre fine al modello di crescita in corso della Cina, in cui le esportazioni e la produzione sono state il principale motore di crescita.

Naturalmente, nessuno sa davvero cosa aspettarsi poicè l’aumento delle tariffe potrebbe essere più piccolo e più limitato di quello che Trump strilla  e Pechino potrebbe non reagire preventivamente.

La riunione del Politburo cinesedel mese prossimo e la conferenza centrale di lavoro economico daranno a Xi l’opportunità di soppesare rischi  per l’anno a venire e di riflettere sui modi in cui la Cina potrebbe reagire.

Certamente la Cina coglierà l’opportunità di posizionarsi come difensore della globalizzazione e del multilateralismo mentre Trump propone un  mondo di protezionismo, isolazionismo e tronfi proclami.

La possibile reazione cinese all’aumento delle tariffe

Poi ci sono i modi in cui la Cina potrebbe reagire. Le opzioni includono la svendita  grandi blocchi di 770 miliardi di dollari di di Titoli del Tesoro USA in possesso di Pechino , il reprimere l’accesso americano ai minerali, la riduzione delle importazioni agricole, la punizione di una serie di aziende da Apple e Tesla o la svalutazione dello yuan.

Ad agosto, i BRICS hanno aggiunto alle loro fila Arabia Saudita, Iran, Etiopia, Egitto, ed Emirati Arabi Uniti e tale espansione  è un mezzo per rimescolare un ordine mondiale che Pechino considera obsoleto. Quindi  niente sembrerebbe  più sorpassato del tentativo di Trump di ricreare un sistema commerciale globale simile a quello degli anni ’80, ovviamente   a spese delle prospettive di crescita dell’Asia per gli anni a venire.

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