La guerra di Putin

Corruzione e pace, la normalizzazione che seguirà al conflitto russo ucraino/1

 

di Marco Palombi (*)

Ovvero i traffici illeciti che potrebbero emergere durante la normalizzazione che seguirà il conflitto russo-ucraino

La conclusione dell’attuale conflitto in Ucraina potrebbe inaugurare una fase di trasparenza, portando alla luce traffici illeciti e connivenze finora oscurate dalle esigenze belliche. Durante la guerra, l’attenzione internazionale è stata focalizzata sul sostegno militare e umanitario, spesso lasciando in secondo piano le inchieste sulla corruzione. Con il cessare delle ostilità, sia le autorità ucraine sia quelle statunitensi potrebbero intensificare le indagini su schemi di arricchimento illecito e rapporti opachi tra funzionari di alto livello e attori stranieri. Ad esempio, potrebbero emergere dettagli su fondi destinati alla difesa impropriamente dirottati o su forniture belliche gestite in modo collusivo. In questo scenario post-bellico, i casi documentati in passato – come quello che coinvolge l’azienda energetica ucraina Burisma e figure vicine all’attuale presidente USA – assumerebbero una rinnovata rilevanza.

Il caso Burisma e le connivenze tra figure americane e straniere

Uno dei casi emblematici riguarda Hunter Biden – figlio dell’allora vicepresidente (oggi presidente) Joe Biden – e i suoi rapporti con Burisma Holdings, una società energetica ucraina. Un’inchiesta del Senato degli Stati Uniti del 2020 ha evidenziato che nel 2014 Hunter Biden entrò nel consiglio di amministrazione di Burisma, poco dopo che il cofondatore Devon Archer (socio in affari di Hunter) vi ebbe assunto un incarico analogo​.

Secondo il rapporto, i due ricevettero “milioni di dollari da un oligarca ucraino corrotto” (l’allora proprietario di Burisma, Mykola Zlochevsky) per la loro partecipazione nel board.

La tempistica sollevò preoccupazioni: Archer incontrò il Vicepresidente Biden alla Casa Bianca il 16 aprile 2014; pochi giorni dopo Joe Biden visitò Kiev come volto principale della politica USA verso l’Ucraina, e appena un mese più tardi sia Archer che Hunter Biden formalizzarono i loro ruoli in Burisma​.

Tale situazione costituiva un evidente conflitto di interessi potenziale, dato che gli Stati Uniti stavano sostenendo attivamente l’Ucraina post-rivoluzione e promuovendo riforme anti-corruzione, mentre il figlio del vicepresidente lavorava per un’azienda di un oligarca notoriamente discusso.

Le relazioni documentate indicano possibili connivenze atte a scambiare favori e influenza. Il proprietario di Burisma, Zlochevsky, era ritenuto da diplomatici USA un personaggio “odioso” e corrotto​.

Mentre Hunter Biden sedeva nel consiglio, Zlochevsky avrebbe pagato una tangente di 7 milioni di dollari ad esponenti dell’ufficio del Procuratore Generale ucraino per far archiviare un caso pendente sulla sua azienda​.

La mazzetta – denunciata dall’allora vice-ambasciatore USA George Kent – sarebbe avvenuta nel dicembre 2014, proprio durante il mandato di Hunter Biden in Burisma, e aveva lo scopo di sbloccare 23 milioni di dollari di beni di Zlochevsky congelati all’estero​.

Queste rivelazioni delineano uno schema in cui interessi privati ucraini cercarono protezione o vantaggi sfruttando legami ad alto livello negli Stati Uniti. Documenti interni mostrano inoltre che figure di primo piano dell’amministrazione Obama erano consapevoli del problema: ad esempio, John Kerry (all’epoca Segretario di Stato) sostenne pubblicamente di non sapere nulla del ruolo di Hunter Biden in Burisma, ma email del suo staff dimostrano che venne informato già nel maggio 2014 e ricevette articoli di stampa sull’argomento.

Ciò suggerisce che settori dell’establishment fossero a conoscenza delle relazioni controverse senza però intervenire in modo deciso.

Il caso Biden-Burisma non è isolato, ma rappresentativo di un fenomeno più ampio di possibili traffici di influenza. Commissioni del Congresso hanno riportato evidenze di flussi finanziari significativi da entità straniere verso familiari e associati di politici statunitensi. Ad esempio, documenti bancari esaminati dalla Camera dei Rappresentanti indicano oltre 20 milioni di dollari in pagamenti provenienti da società e oligarchi stranieri (tra cui cinesi, russi, kazakhi e rumeni) verso conti legati alla famiglia Biden e ai suoi partner d’affari.

Gran parte di questi fondi avrebbe beneficiato Hunter Biden e altri familiari, mentre nessuna transazione nota risulta destinata direttamente a Joe Biden.

Tali elementi – se confermati da inchieste giudiziarie – dipingono un quadro di collusione transnazionale, in cui figure vicine al potere politico americano avrebbero intrattenuto rapporti d’affari lucrativi con attori stranieri discutibili. La fine della guerra potrebbe facilitare ulteriori approfondimenti su queste reti: un’Ucraina stabilizzata potrebbe cooperare di più nel fornire documentazione su episodi passati di corruzione, e negli Stati Uniti un contesto politico meno dominato dall’emergenza bellica potrebbe dedicare maggior attenzione a richieste di accountability su queste vicende.

Per non parlare delle relazioni con la Kvartal 95…

Nel marzo 2018 alcuni dipendenti di Kvartal 95, la casa di produzione di Zekenskyi, fondano un partito politico con lo stesso nome dello show che lo ha portato alla fama “Servitore del Popolo”, ove un professore di liceo viene eletto presidente dell’Ucraina, cavalcando la popolarità che quest’ultimo aveva riscosso.

Vi ricordate i Pandora Papers? Bene.

Da questi risulta che Kvartal 95 ha creato una rete di società offshore a partire dal 2012, anno in cui la società ha iniziato a produrre contenuti regolari per le stazioni televisive di proprietà di Ihor Kolomoisky, un oligarca perseguitato da accuse di frode multimiliardaria.

Le offshore sono state utilizzate anche dai soci di Zelenskyi per acquistare tre proprietà di lusso nel centro di Londra. Ad oggi un totale di più di 30 società offshore sono state indicate riconducibili alla Kvartal 95 e ai suoi dirigenti.

Il 31 dicembre 2018 Zelenskyi annuncia la sua candidatura per le elezioni presidenziali del marzo successivo. Nonostante non avesse alcuna esperienza politica, la sua popolarità come comico e le sue posizioni anti-corruzione lo hanno fatto balzare fin da subito in testa nei sondaggi. Dopo essere risultato il candidato più votato al primo turno, il 21 aprile 2019 ha sconfitto al ballottaggio il presidente uscente Petro Porošenko con il 73% dei consensi.

I documenti mostrano anche che poco prima di essere eletto, Zelenskyi ha donato la sua partecipazione in una società offshore chiave, la Maltex Multicapital Corp. registrata nelle Isole Vergini britanniche, al suo socio in affari – che presto sarà il suo principale consigliere presidenziale, Serhiy Shefir.

L’opposizione elettorale cercò senza successo (non erano usciti ancora i Pandora Papers) di dimostrare chi in effetti finanziò la campagna presidenziale dell’attore. Ricordiamo che nel 2019 Trump chiese al neo eletto Zelenskyi di avviare un’indagine sui legami tra Biden e l’Ucraina, e che il presidente ucraino rifiutò di fornire tali informazioni, dicendo «sono cose personali» (come da trascrizione della telefonata intercorsa).

Il perdono presidenziale: poteri, limiti e implicazioni

Negli Stati Uniti, l’istituto del perdono presidenziale (Presidential Pardon) è uno strumento costituzionale potente che il Presidente può utilizzare per graziare individui condannati o imputati per reati federali. Stabilito dall’Articolo II della Costituzione, conferisce al Capo dello Stato la facoltà di concedere clemenza per “offese contro gli Stati Uniti, tranne nei casi di impeachment”​.

Si tratta di un potere ampio e discrezionale: ad esempio, nel settembre 1974 il presidente Gerald Ford concesse un perdono pieno e incondizionato al suo predecessore Richard Nixon per qualsiasi reato federale commesso durante il mandato​.

(*) Economista

aggiornamento la crisi russo-ucraina ore 14.39

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