Blaise Pascal diceva “La giustizia senza forza è impotente, la forza senza giustizia è tirannia.”
di Riccardo Bizzarri (*)
C’è un punto, un momento preciso, in cui la giustizia cessa di essere giustizia e si trasforma in un freddo esercizio di retorica giuridica. Un momento in cui, mentre si leggono motivazioni sentenziali, la coscienza collettiva sussulta, s’indigna, grida. E quel momento, oggi, ha un nome e una data: Venezia, 3 dicembre 2024. Ergastolo a Filippo Turetta, ma senza l’aggravante della crudeltà. Perché, cito testualmente: «Non aveva la competenza per infliggere colpi più efficaci».
Non un colpo, non due. Non un raptus, non un impeto. Ma settantacinque (75) coltellate. Non è stata crudeltà, ci dicono, ma inesperienza. Come se il dolore umano fosse un quiz a risposta multipla. Come se massacrare una ragazza a pugnalate fosse una questione tecnica, un problema di mira.
“Non voleva farla soffrire”, scrivono i giudici. Ma l’ha colpita finché non “ha capito che non c’era più”. Questa non è una sentenza: è una pugnalata alla memoria di Giulia Cecchettin, un affronto a ogni donna che ha subito violenza, una bestemmia contro la ragione.
Possiamo dire senza paura di essere smentiti che la giustizia (g minuscola di proposito) è scivolata nel grottesco. La tragedia dell’11 novembre 2023 non ha ucciso solo una giovane donna. Ha scavato una fossa anche per la fiducia nel diritto. La sentenza è un monumento al relativismo penale, un capolavoro dell’assurdo degno di Ionesco, ma privo di poesia. È Kafka senza genio, solo burocrazia spietata che trasforma un femminicidio in una questione procedurale. E poi, come se non bastasse, la negazione dello stalking. Perché Giulia non aveva “paura sufficiente”. Come se l’ansia, la sopportazione, il disagio, l’irritazione, il senso di colpa verso chi ti opprime non fossero segni evidenti di un abuso psicologico. Come se l’amore fosse un contratto legale e non un campo minato in cui le donne troppo spesso perdono la vita.
Questa sentenza ancora una volta ci dimostra che alcuni giudici, che credono di essere degli Dei non lo sono affatto. La giustizia italiana, ancora una volta, si presenta più preoccupata di tutelare il carnefice che di onorare la vittima. I giudici, in toga e con penna d’oro, si sono arrogati il diritto di interpretare l’orrore con la freddezza di un tecnico del disastro. Ma “la misura di una civiltà si vede da come tratta i più deboli” – diceva Gandhi. E qui, della civiltà, non è rimasta nemmeno l’ombra.
Come può una società accettare che un uomo che uccide con furia, premeditazione e ossessione venga descritto come “inesperto” e “non crudele”? Come può il diritto essere così scollegato dalla realtà, così cieco davanti all’evidenza?
Non siamo più nel diritto: siamo nella follia. Nella patologia del formalismo giuridico che dimentica l’essenza per adorare la forma. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa. Dovremmo ricordare Socrate, condannato da una legge ottusa e crudele, che accettò la morte pur di non piegarsi all’ingiustizia. Dovremmo ascoltare Beccaria, che ci implorava di usare la legge come strumento di progresso e non come scudo dell’arbitrio.
E invece, oggi, la storia è rimasta fuori dalle aule di tribunale. Fuori, insieme al buon senso, alla compassione, alla giustizia vera. Perché quella vera non ha bisogno di 134 pagine per distinguere il male dal male. Non ci bastano più le lacrime. Non ci basta più il silenzio composto. Serve indignazione, protesta, cambiamento. Serve urlare finché le corti non diventeranno sorde alle scuse e attente alle verità.
E se settantacinque coltellate non sono crudeltà, allora che cosa è la crudeltà?
Se non è stalking sommergere qualcuno di messaggi, pressioni e minacce, allora che cos’è lo stalking?
Se chi uccide non voleva far soffrire, allora che senso ha la giustizia?
“Fiat justitia, ruat caelum”, dicevano i latini. Sia fatta giustizia, anche se crolla il cielo. Ma qui, oggi, il cielo è crollato – e la giustizia è rimasta sotto le macerie.
(*) Giornalista
