Cronaca

Vittime del lavoro, una guerra quotidiana che non ha una fine

 

di Wladymiro Wysocki (*)

Brianza, mercoledì pomeriggio del 9 aprile muore Salvatore Minissale, 54 anni, vittima del lavoro per una caduta dal ponteggio da oltre 10 metri in un cantiere all’interno di un edificio scolastico a Fino Mornasco.

Una tragica caduta che non ha lasciato scampo all’uomo.

Questa mattina del 10 aprile, giovedì, la cronaca e le notizie dei telegiornali aprono con una tragedia dell’ennesima morte sul lavoro.

Bologna, un furgone piomba su un cantiere in tangenziale causando due feriti e un morto.

L’incidente è avvenuto verso le 6 del mattino nel tratto di strada compreso tra lo svincolo 3 Ramo Verde e lo svincolo 4 Via del Triumvirato verso la A14 (nella foto di repertorio uno dei cantieri in quell’area).

Due giorni a distanza di poche ore, due morti.

Solo pochi giorni addietro ho riportato l’analisi degli andamenti infortunistici pubblicati dagli open data INAIL, un bimestre di questo anno dove i numeri sono più che triplicati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ormai la sicurezza sul lavoro sembra essere oggetto di interesse solamente dopo i lutti o gli eventi tragici, solo dopo a una tragedia si accendono i riflettori e puntualmente la storia non cambia.

Parte l’indignazione, le manifestazioni di piazza, le interviste, gli approfondimenti nei salotti televisivi ma passata la tempesta mediatica tutto torno nell’ombra grigia della guerra del lavoro.

Le domande che continuano inesorabilmente a girare nelle nostre menti e fisse nei nostri pensieri è se si stia facendo abbastanza, se veramente si sta diffondendo una cultura della sicurezza, se i luoghi di lavoro dove i nostri ragazzi, uomini e donne sono sicuri.

Domande alle quali la realtà non ci da risposte positive, anzi, ogni giorno la cronaca conferma il dramma della situazione nei posti e luoghi di lavoro qualunque essi siano.

È palese che manchi una unione, una coesione di tutte le istituzioni a una lotta per una emergenza nazionale che da troppi anni sta macchiando di sangue le nostre coscienze, la dignità del lavoro e della persona.

Abbiamo l’obbligo morale di intervenire immediatamente con forza e decisione in azioni correttive e preventive che da anni familiari, parenti e figli delle vittime gridano a gran voce.

Non è più ammissibile morire sul lavoro e morire per causa del lavoro.

Informazione, formazione, addestramento, procedure, valutazioni corrette del rischio e del pericolo, controlli, ispezioni, qualsiasi strumento si voglia utilizzare ma che sia veramente utile finalizzato a evitare le morti sul lavoro è il benvenuto.

Ad oggi è abbastanza palese che tutti gli strumenti che abbiamo messo sul campo non stanno portando ai risultati sperati.

È noto che la prevenzione in materia di sicurezza sul lavoro è ancora vista solamente come un aspetto burocratico da ottemperare e non come una necessità al benessere lavorativo e al rispetto della persona.

Abbiamo visto nascere la patente a crediti, della quale ancora aspettiamo con fiducia i nuovi decreti per le integrazioni, ma della quale ancora si evidenziano pallidi e timidi miglioramenti.

Sicuramente occorrerà maggiore tempo per trarne benefici maggiormente apprezzabili.

La strada della prevenzione è una strada che abbiamo intrapreso, ma i tempi sono troppo lunghi e il lavoro non ha tutto questo tempo da poter attendere anche perché più si rimanda e maggiore è il prezzo da pagare.

Il prezzo non lo dobbiamo mai dimenticare che è in termini di vite umane di giovani ragazzi, uomini e donne che non tornano più a casa dai loro cari.

Se pensiamo al caso di Brandizzo, del cantiere Esselunga di Firenze, della strage di Suviana, dove è trascorso già un anno, e tantissime altre di queste in molte situazioni ancora non ci sono iscritti nel registro degli indagati o colpevoli.

Le indagini impiegano anni prima di portare alla luce il colpevole delle tragedie, le istituzioni e Governo impiegano anni per definire delle leggi da applicare, insomma, la prevenzione e sicurezza sul lavoro non sembra una grande urgenza.

Dobbiamo dare una scossa agli animi di tutti, perché si faccia qualcosa che dia uno scossone alla macchina dei lavori e degli addetti ai lavori per procedere spediti e con efficacia.

Insistere sulla formazione, insistere sulla formazione nella scuola, insistere nei controlli che sono sempre pochi ma non per volontà quanto per il numero esiguo degli uomini impiegati sul campo.

Dobbiamo fare pressioni alla Conferenza Stato Regioni e Ministero del Lavoro per portare a termine nel più breve tempo possibile la nuova regolamentazione della formazione, ormai dimenticata in qualche cassetto o su un scaffale impolverato.

Ogni morte è un dramma che riapre il dolore e le ferite di tutti coloro che hanno perso un familiare, e a questo la parola fine è doverosa.

È una guerra in pieno atto, dove si muore non per causa di bombe, fucili e missili ma di lavoro.

Assurdo.

A tutto questo possiamo dare una risposta con una parola magica, prevenzione.

 

 

(*) Esperto di sicurezza sul lavoro

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