La situazione in Sudan sta attraversando uno dei momenti più tragici della sua storia nella lotta di potere tra le forze armate sudanesi (SAF) guidate dal Generale Abdel Fattah al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) ai comandi di Muhammad Hamdan Dagalo, signore della guerra noto come Hemedti.
Port Sudan, uno dei principali porti del paese e un punto vitale per gli aiuti umanitari, è stato recentemente colpito da bombardamenti aerei che hanno acuito la disperazione di una popolazione già allo stremo.
La comunità internazionale ha preso la difficile decisione di sospendere i voli umanitari, con l’ONU interrompendo gli aiuti diretti alla città costringendo le organizzazioni umanitarie a fermare le loro attività senza le quali i civili, in particolare le donne, i bambini e gli anziani, sono rimasti senza risorse vitali in un contesto di assoluta emergenza. La stessa interruzione dei voli non è solo un danno logístico, ma l’impossibilità di offrire l’accesso a cure, cibo, acqua e medicine, fondamentali per la sopravvivenza quotidiana.
La violenza che colpisce in ogni angolo del Paese. Non solo gli attacchi diretti alle infrastrutture civili, ma anche le famiglie che spesso debbono scegliere tra la fuga e la morte. Le zone più colpite dal conflitto sono quelle del Darfur, dove già in passato i civili avevano pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane..
Il Sudan si trova anche a dover affrontare pesanti accuse di genocidio. Sebbene il paese abbia perso un ricorso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Emirati Arabi Uniti, accusati di finanziare e sostenere le forze paramilitari contribuendo a perpetuare violenze e atrocità nei confronti dei civili. Dinamiche internazionali che gettano ulteriore luce sul ruolo degli attori esterni, che sembrano alimentare il conflitto senza un reale interesse a fermarle.
Le violazioni dei diritti umani sono quotidiane, ma soprattutto le condizioni di vita con i bambini che non possono andare a scuola, gli ospedali pieni di feriti e i rifugiati sono costretti a vivere in condizioni disumane senza più radici con i luoghi d’origine e con il loro passato.
Si stima che ad oggi siano morte almeno 70mila persone solo nello Stato di Khartoum nei primi 14 mesi della guerra in Sudan. L’Onu afferma che il conflitto ha costretto 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie case e ha scatenato la più grande crisi di fame al mondo. Quasi 25 milioni di persone – metà della popolazione del Sudan – necessitano di assistenza, poiché la carestia si è ormai diffusa in almeno un campo per sfollati.
. Secondo Medici senza frontiere il paese sta affrontando una drammatica crisi umanitaria, con oltre 9 milioni di persone, circa il 16% della popolazione tra cui 2 milioni di bambini sotto i 5 anni, costretti a fuggire dentro il paese o oltre frontiera, ed è sull’orlo di una carestia di massa.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha messo in guardia la comunità internazionale davanti alla probabilità di un’ulteriore escalation di violenza “poiché le parti in conflitto armano i civili – ha spiegato – e sempre più gruppi armati si uniscono ai combattimenti”.
G.L.
