di Riccardo Bizzarri (*)
In un’epoca in cui un frigorifero sa cosa vuoi mangiare prima ancora che ti venga fame e ChatGPT ti scrive la tesi di laurea mentre tu sei in spiaggia a postare reel su Instagram, c’è ancora chi crede nello sciopero ferroviario come strumento di lotta sindacale. Sì, proprio lui: il glorioso, vetusto, glorificato sciopero di 24 ore. Una reliquia dei secoli industriali passati, tirata fuori dal baule dei nonni per gettare nel caos pendolari, turisti, lavoratori e gente qualunque in cerca di treni fantasma (una sorta di frisata for future …. Mi raccomando il futuro è sempre di venerdì)
Roma, Napoli, Bologna, Venezia: viaggio nell’Italia paralizzata… dalla nostalgia del Novecento
Ore 13:30. Termini è un girone dantesco di trolley, sbuffi e sguardi persi nel vuoto davanti a monitor che sibilano ritardi da 90 minuti come se fossero le offerte di un Black Friday ferroviario. Napoli Centrale? Una piccola “Gomorra dei binari”, dove i passeggeri cercano informazioni come se fossero indizi in una caccia al tesoro organizzata male. Bologna? Si risparmia sui treni ma si guadagna in esercizi di pazienza. A Venezia, invece, i regionali hanno deciso di prendersi una vacanza—non pagata. Lo scandalo: per il problema di pochi, paga la moltitudine
Il punto cruciale è questo: in nome di un contratto che riguarda una minoranza, viene sacrificata un’intera nazione su binari. Altro che “servizi essenziali”: qui si gioca alla roulette russa con le coincidenze, mentre la classe lavoratrice (quella vera, quella che prende il treno ogni giorno per arrivare puntuale in ufficio o in cantiere) guarda con occhi disperati il display che annuncia: “Treno soppresso per sciopero. Ci scusiamo per il disagio”.
Ma la vera domanda è: siamo nel 2025 o nel 1925?
Mentre l’IA scrive sonetti in stile Dante e risolve equazioni quantistiche in millisecondi, i sindacati ferroviari “scioperano” per il rinnovo contrattuale. Sacrosanto diritto, certo. Ma nella forma? Una catastrofe gestionale. Una “preistoria della protesta”.Albert Einstein scriveva “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati.”
Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, dell’hyperloop (che però in Italia arriverà quando Marte sarà abitato). Abbiamo algoritmi capaci di prevedere l’ora esatta in cui ci verrà mal di testa, eppure affidiamo ancora la protesta a un fermo totale del servizio—come se il progresso si fosse fermato al casello. Scioperano treni che potrebbero essere sostituiti da software, algoritmi, robot. Ma no: si sceglie ancora il teatro dell’assurdo, la messa in scena della paralisi collettiva.
Ironia amara: mentre i sindacati fermano i treni, l’algoritmo li avrebbe fatti correre
Facciamo una proposta provocatoria: affidiamo la negoziazione sindacale a ChatGPT e la gestione dei turni a un’intelligenza artificiale. Così almeno se ci sarà un errore, sarà solo un bug. E noi passeggeri potremo finalmente dire addio ai picnic improvvisati sul binario 5 con panini all’alluminio e sogni infranti.
Lo sciopero ferroviario è come il fax. Nessuno lo usa più, tranne chi si ostina a credere che funzioni.
In un mondo dove i problemi si risolvono con aggiornamenti software, patch di sicurezza e algoritmi di predizione, lo sciopero ferroviario è un colpo di teatro anacronistico. Serve più a generare indignazione che soluzioni. È tempo di voltare pagina. È tempo che anche il conflitto diventi intelligente, sostenibile, e soprattutto… che non cancelli più l’Intercity delle 7:42.
Perché un paese che si ferma ogni volta che qualcuno alza la paletta rossa, è un paese che non ha ancora capito che il futuro è già passato.
(*) Giornalista
