di Marino Marini
C’è un’Italia che non fa rumore. Non si mostra sui palchi, non si esibisce nei talk show. È un’Italia che lavora al margine, dove l’ingiustizia è più feroce e la dignità umana viene quotidianamente calpestata. È l’Italia che ogni giorno sceglie di “stare dalla parte giusta”, come direbbe Primo Levi, senza clamore, ma con fermezza. Oggi, questa Italia si riconosce anche in un atto amministrativo: il nuovo avviso di coprogettazione del Comune di Ferrara per il progetto “Oltre la Strada”.
Un passo dopo l’altro, da quasi trent’anni
Stare al fianco delle vittime di tratta e grave sfruttamento non è solo di assistenza, ma un sistema complesso e articolato di interventi: sanitari, psicologici, legali, formativi. Un’intera rete che, in silenzio, salva vite. Come ricordava Hannah Arendt, “ogni diritto inizia dal diritto di avere diritti”. Questo progetto, al fondo, non fa altro che questo: restituire a chi è stato privato di tutto, il diritto di esistere come persona.
Il Comune di Ferrara: un presidio silenzioso di civiltà
L’avviso pubblico appena pubblicato sul sito del Comune di Ferrara non è un semplice atto burocratico. È la testimonianza concreta di una comunità che non si gira dall’altra parte. Che riconosce il valore della co-progettazione con gli enti del terzo settore, della collaborazione inter-istituzionale, del lavoro in rete. Lo sfruttamento non è mai lontano: si annida nei bordi delle nostre città, nei cantieri invisibili, nelle case chiuse dell’indifferenza. Ma “la città non è fatta solo di pietre – scriveva Italo Calvino – ma di relazioni, sguardi, desideri”. E Ferrara, in questo, dimostra di essere una città che si prende cura dei suoi margini.
Contro le reti criminali, una rete di giustizia
L’assessore alle Pari Opportunità, Angela Travagli, lo ha detto con lucidità: serve una risposta collettiva. Serve la collaborazione della Prefettura, delle Forze dell’Ordine, dei servizi sanitari, delle associazioni, dei cittadini. Perché la tratta non è un fenomeno astratto: è la manifestazione brutale di un mondo in cui l’essere umano diventa merce. E se, come ci ricorda la nostra Costituzione all’articolo 3, è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano la libertà e l’uguaglianza, allora progetti come questi sono atti di fedeltà alla nostra democrazia.
C’è un’Italia che ce la fa. È un’Italia che lavora nei centri di accoglienza, negli sportelli legali, nelle unità di strada, nei servizi sociali. È fatta di operatori, volontari, assistenti sociali, mediatori, medici, psicologi, avvocati. È fatta anche di amministratori pubblici che non dimenticano che la politica è, prima di tutto, prendersi cura. Come diceva don Lorenzo Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”
Oltre la strada di fatto significa oltre l’indifferenza
C’è un’Italia nascosta, che non fa notizia. Ma è questa l’Italia migliore: quella che si fa carico delle ferite dell’altro. Un Paese che non si rassegna, che protegge chi non ha voce, che costruisce ponti e non muri. Che sa che la libertà, come diceva Bobbio, non è un privilegio, ma una conquista collettiva. E che ogni volta che una vittima trova accoglienza, ogni volta che un corpo venduto ritrova il suo nome, ogni volta che la dignità viene restituita… allora sì, quella è l’Italia che ce la fa. “Non ci si libera da soli. Ci si libera insieme.” diceva Paulo Freire.
