di Giuliano Longo
L’Ucraina chiede 120 miliardi di dollari per la difesa nel 2026, lo ha dichiarato dal nei ministro della Difesa, Denys Shmyhal, nell’incontro annuale con i capi delle missioni diplomatiche estere del Paese. E annuncia che almeno il 50% delle armi verrà prodotto in Ucraina. Mentre Kiev è pronta a a condividere con gli alleati la sua esperienza di combattimento e offrire joint venture, licenze e produzione nei Paesi alleati“.
Durante la riunione del Gruppo, oltre al nuovo meccanismo per facilitare l’acquisto di armi americane da parte dei paesi europei per l’Ucraina, sono stati annunciati nuovi aiuti militari.
L’Olanda ha stanziato 125 milioni di euro per la manutenzione degli F-16 e 200 milioni per droni intercettori e la Germania fornirà missili Patriot (ma solo se potrà riceverne di nuovi dagli USA in tempi brevi, oltre 200.000 proiettili e finanziamenti per i programmi di droni a lungo raggio ucraini.
Il Canada ha offerto 20 milioni di dollari canadesi per la manutenzione dei carri armati Leopard, la Norvegia un miliardo di euro per l’acquisto di droni nel 2025 e la Svezia ha offerto un nuovo pacchetto di aiuti con difesa aerea, artiglieria ed equipaggiamento per la fanteria.
Ma in questo contesto dei “volenterosi” non è chiara la tenuta dell’industria della difesa ucraina i cui stabilimenti – s spesso occultati in strutture civili o “mimetizzati”- vengono ogni notte bersagliati dai russi in tutto il con la distruzione di scorte di materiali, armi e munizioni.
Il programma di cooperazione industriale, titolato “Build with Ukraine”, potrebbe avere anche uno scopo strategico-industriale diverso dal consentire a Kiev di produrre armi e munizioni al riparo dai bombardamenti russi.
Infatti, nel caso di tracollo militare ucraino o di un accordo di pace penalizzante per Kiev, il trasferimento dei progetti e di parte delle attività produttive ucraine in nazioni europee, consentirebbe di lasciare alle nazioni della NATO il know-how maturato dagli ucraini in oltre tre anni e mezzo di guerra, finanziato da Europa e Stati Uniti.
Ma le buone intenzioni del Governo ucraino non tengono conto di altri aspetti critici.
Il primo è che il suo esercito potrebbero crollare entro l’anno in corso e che nessun elemento indica che Kiev possa tenere ancora a lungo il fronte in diversi settori.
Il secondo è che l’Ucraina in bancarotta potrebbe ottenere i 120 miliardi di dollari richiesti per il 2026 solo come donazione, ammesso che l’Europa sia in grado di fornire tale elargizione senza l’impegno finanziario di Washington.
Infine non tiene conto della corruzione nel sistema bellico ucraino, e non solo, che potrebbe scoraggiare altre iniezioni di denaro a Kiev dove già molti miliardi sono stati donati, in denaro e armi dall’Occidente.
Che talora (o spesso) e sono finiti “fuori controllo” lo hanno soesso rilevato organismi di controllo americani già dai tempi non sospetti della presidenza Biden.
Oggi l’impronta digitale del “vizietto” viene rivelata dalla proposta di Zelensky, approvata a larga maggioranza dalla RADA che revoca lo status di indipendenza delle due principali istituzioni anticorruzione del Paese: l’Ufficio Nazionale Anticorruzione (NABU) e la Procura Specializzata Anticorruzione (SAPO).
Una iniziativa che avviene a ridosso del rimpasto di governo che consolida il controllo di Zelensky sugli organismi di potere a Kiev.
La nuova normativa pone il SAPO sotto l’autorità del Procuratore Generale, figura di nomina presidenziale, riducendone significativamente l’autonomia.
Con questa legge il Procuratore Generale ucraino potrà influenzare l’attività investigativa del NABU e persino trasferire casi sensibili ad altre procure, bypassando l’agenzia anticorruzione.
A Kiev 2.000 manifestanti si sono riuniti nel centro della città per chiedere l’abrogazione della legge e le dimissioni di Andrey Yermak, capo dell’ufficio di Zelensky.
Anche il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha preso parte alla manifestazione. Mobilitazioni simili si sono svolte a Leopoli, Dnipro, Odessa, Poltava, Ternopil, Rivne.
A Leopoli, alcuni manifestanti hanno persino minacciato una nuova Maidan, contro il governo di Kiev nella regione ai confini della Polonia.
Un guizzo di protesta nella fase più critica della guerra che si aggiunge alle crescenti proteste per la messa fuori legge dell’opposizione “filo-russa”, i reclutamenti forzati e l’assenza di notizie circa decine di migliaia di militari ufficialmente “dispersi”.
Persino la Commissione Europea guidata Ursula von der Leyen, solitamente molto disponibile con Zelensky ha preso posizione con le dichiarazioni della commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos
“Sono seriamente preoccupata per il voto di oggi alla Rada. Lo smantellamento delle garanzie fondamentali che proteggono l’indipendenza di Nabu è un grave passo indietro. Organismi indipendenti come Nabu e Sapo sono essenziali per il percorso dell’Ucraina verso l’Ue. Lo Stato di diritto rimane al centro dei negoziati di adesione all’Ue”.
Valutazioni cui la Commissione dovrebbe aggiungere se in questo clima sia opportuno investire ancora decine di miliardi per finanziare prima la difesa e poi la ricostruzione postbellica dell’Ucraina, che organismi internazionali stimano in almeno altri 400 miliardi di dollari.
L’accusa i fatta circolare dal governo alle strette, è che dietro le manifestazioni di protesta ci siano addirittura i servizi segreti russi. Giustificazione la quale indica chiaramente la scarsa volontà di derogare alle misure decise anche se Zelensky di chiara ai manifestanti “vi ascoltiamo”.
Sotto il profilo strategico invece non è ancora chiaro se l’impegno finanziario di NATO ed Europa preluda ad un esito del conflitto nel tempo sfavorevole a Putin prolungandone i tempi oppure se ancora si pensi a una quasi vittoria militare ucraina non sufficientemente stremata.
Ma forse più che una strategia è una navigazione a vista in attesa delle decisioni di Trump.
