La guerra di Putin

Ucraina, senza pace non ci saranno truppe europee, ma aumenta il rischio di escalation 

di Giuliano Longo

Durante un vertice a Parigi di ieri 6 gennaio, Ucraina, Francia e Regno Unito hanno sottoscritto l’impegno allo spiegamento di una forza multinazionale in Ucraina dopo la fine della guerra. Non è ancora è noto se gli Stati Uniti sosterranno ufficialmente tale  l’impiego e tanto meno se saranno disponibili ad inviare proprie truppe.

Le dichiarazioni della “coalizione dei volenterosi” di Parigi è tuttavia un tassello fondamentale per attuare la strategia di Kiev, dell’Europa e dei “falchi” repubblicani a Washington. Ma affinché questa strategia abbia successo sono necessarie altre due condizioni.

La prima è il consenso di Trump a sostenere le truppe europee in Ucraina, senza il quale Francia e Gran Bretagna non sono disposte a inviare le loro. Questo non è stato ancora reso pubblico, né i negoziatori del presidente americano Kushner e Wittkoff, l’ hanno confermato ufficialmente.

In secondo luogo anche  se Trump acconsentisse allo spiegamento di truppe europee, Mosca sicuramente respingerà questa opzione poiché ha sempre affermato che l’invio di truppe straniere in Ucraina è inaccettabile.

Ma, ancora più importante per la pace,  oltre all’invio di truppe rimane irrisolto il ritiro delle truppe ucraine dal Donbass, che se venisse accettato potrebbe ammorbidire la posizione di Putin che potrebbe anche accettare l’invio di un piccolo contingente europeo – anche se non americano – come  proposta di garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

A ben vedere la presenza in Ucraina di 10.000-15.000 soldati occidentali non rappresenterebbe certamente un serio ostacolo per la Russia, né rappresenterebbe la volontà dei paesi NATO di impegnarsi direttamente in una nuova guerra in Ucraina, rischiando un conflitto nucleare.

L’ostacolo vero è che Kiev  non ha ancora accettato il ritiro delle truppe dal Donbass e, a  giudicare dalle dichiarazioni pubbliche del suo governo, non c’è accordo. Pertanto, Mosca potrebbe addirittura ignorare l’idea di truppe straniere in Ucraina nel suo dialogo con gli americani; “Prima decidiamo sul Donbass e solo dopo parliamo del resto”.

Sempre al vertice di Parigi il Cancelliere tedesco Merz ha chiesto a  Zelensky la garanzia che i giovani rimangano in Ucraina e non partano per la Germania. Questo è in sostanza, un appello diretto alle autorità ucraine affinché abroghino il visto d’uscita per i giovani di età compresa trai 18 e i 22 anni introdotto lo scorso anno su iniziativa di Zelensky.

D’altra parte  è opportuno sottolineare che sia dall’esterno che dall’interno del Paese già si avvertono regolarmente richieste di revoca dei permessi di viaggio per i giovani. A ben vedere l’idea è che l’Ucraina debba contare in futuro anche sulle proprie forze (umane), mentre l’Europa si impegna a fornire le armi (americane).

Se Trump confermerà le garanzie di sicurezza insieme alla presenza di truppe e il documento verrà presentato a Mosca come una posizione consolidata dell’Occidente e dell’Ucraina e se Mosca si rifiutasse di approvare il documento, i “falchi” occidentali potranno passare ad altri punti della loro strategia.

Intanto accuseranno la Russia di ostacolare gli sforzi di pace di Trump e chiederanno al presidente americano di adottare le misure più dure possibili contro Putin: estendere le sanzioni, fornire a Kiev missili Tomahawk, aumentare le forniture di armi, sequestrare navi appartenenti alla flotta ombra russa e persino, eventualmente, rapire o assassinare il leader del Cremlino.

Addirittura (anche se improbabile) incoraggiarebbero Trump a tornare sulla richiesta di ritiro delle truppe russe entro i confini del 1991 o, in alternativa, a inasprire nettamente la sua posizione negoziale. Appelli simili sono già stati fatti in passato, ma sono stati ignorati persino da Joe Biden che spesso Kiev ha accusato di debolezza,

Eppure la logica di un irrigidimento di Washington sarebbe piuttosto razionale: gli Stati Uniti non vogliono farsi coinvolgere nel conflitto, ma potrebbero creare tali difficoltà al Cremlino costretto ad un ultimatum sotto la minaccia di una guerra nucleare.

Kiev, che ha sempre mirato ad un coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto,  spera  che, dopo il rapimento di Maduro, Trump, sentendosi di nuovo onnipotente e rinfrancato, superi quelle linee rosse nei rapporti con Mosca,  sempre temute e metta a tacere le  resistenze  del suo ’inner circle favorevole alle trattative (e a Mosca) , sposando le posizioni dei falchi americani, già da tempo al lavoro che vogliono una linea dura contro l’invasore Putin.

La prospettiva è  che la  crescente pressione sulla Russia non garantirà una rapida fine della guerra, e anche se le misure antirusse più drastiche venissero adottate non avranno effetti immediati, almen entro le elezioni di medio del 3 novembre, quando Trump e i Repubblicani misureranno il loro livello di consenso fra gli americani. Il che significa che la guerra non finirà nonostante le intenzioni di Trump di chiudere il conflitto entro l’anno in corso.

Dopo gli eventi in Venezuela, è certamente possibile che la posizione degli Stati Uniti nei confronti della Russia si indurisca e che Trump si discosti dalla linea discussa con Putin ad Anchorage, così come è possibile  un’escalation che renda sempre più  problematici i negoziati di pace.

Vi è poi un altro problema che in Europa pare venga sottovalutato. Esiste in Russia, e fra le stesse mura del Cremlino, un partito della guerra che Putin è risuscito sino ad oggi ad arginare, ma che punta ad una soluzione militare del conflitto ucraino.

Un partito convinto che Mosca non abbia ancora esercitato in Ucraina tutta la sua potenziale deterrenza e che mal digerisce la progressiva eliminazione di fedeli alleati della Russia, da Assad in Siria e oggi a Maduro in Venezuela.

Non è un caso che fra i media russi vada scomparendo l’iniziale entusiasmo per un Trump pragmatico, se non proprio amico, e venga invece messa in risalto la sua aggressività che  fra l’altro rischia di rinsaldare i rapporti fra Russia e Cina, paese quest’ultimo dove il tycoon sta giocando la vera partita strategica americana.

In questo intreccio di interessi, in qualche modo perverso, aleggia sempre la possibilità dell’errore o della provocazione, anche sotto falsa bandiera, che può portare a esiti disastrosi.

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