di Giuliano Longo (*)
Lunedì Trump ha annunciato a sorpresa un accordo commerciale tra India e Stati Uniti, in base al quale i dazi statunitensi sulle importazioni indiane scenderanno al 18%, mentre l’India ridurrà a zero i suoi dazi sulle importazioni statunitensi.
Inoltre ha affermato che il presidente Modi si è impegnato a sostituire le attuali importazioni di petrolio russo con quello americano e possibilmente venezuelano, impegnandosi anche ad acquistare 500 miliardi di dollari di energia, tecnologia, prodotti agricoli, carbone e altri prodotti americani.
Da parte sua, Modi ha confermato che l’accordo è stato effettivamente raggiunto, ma non ne ha confermato i dettagli, dettagli nei quali spesso sta il diavolo .
Innanzitutto perché il 42% della popolazione indiana è impiegata nel settore agricolo, quindi le importazioni di prodotti agricoli statuniyensi senza dazi potrebbero rovinare parte dei mezzi di sussistenza degli agricoltori e spingere la popolazione rurale a trasferirsi in città con le inevitabili turbolente conseguenze sociali e politiche.
Ma questa situazione potrebbe venir compensata se maggiori investimenti da parte di Stati Uniti e Unione Europea – che hanno raggiunto un accordo commerciale con l’india il mese scorso – offrissero nuove opportunità di lavoro.
Una scommessa, che Modi potrebbe aver calcolato vale la pena di correre per ragioni macroeconomiche, di sicurezza regionale e geoeconomiche.
Il primo obiettivo è quello di accelerare la crescita del PIL indiano, che si prevedeva già al 7,4% quest’anno, nonostante i dazi del 50% imposti dagli Stati Uniti all’epoca, contribuendo così a far diventare l’India la terza economia mondiale entro il 2030 o prima.
Per quanto riguarda la dimensione della sicurezza regionale, questa riguarda il ripristino del ruolo dell’India come principale partner sud-asiatico degli Stati Uniti attraverso la diplomazia economica, dopo che il rivale Pakistan l’ aveva sostituita lo scorso anno, scongiurando così lo scenario in cui gli Stati Uniti strumentalizzano il Pakistan – e il loro partner minore Bangladesh – per ostacolare la crescita indiana.
I dazi punitivi del 25% imposti dagli Stati Uniti per continuare a importare petrolio russo a prezzo scontato non valgono più il costo economico ora che gli Stati Uniti offrono all’India petrolio venezuelano a prezzi simili.
Il che spiega le vere ragioni dell’attacco americano al Venezuela e la conferma della antica dottrina Monroe dell’assoluta egemonia statunitense su tutto il continente latino americano la piccola Cuba compresa.
Per di più la minaccia di dazi del 25% per le relazioni commerciali con l’Iran e le preoccupazioni per la stabilità del suo regime, rendono il Corridoio di Trasporto Nord Sud attraverso il territorio indiano diretto verso la Russia, risulta ormai impraticabile. impraticabile per il momento.
Se i dettagli di Trump sul suo accordo con Modi sono corretti, allora l’India sta ricalibrando la sua grande strategia in direzione occidentale, sia pure a causa della coercizione economica.
Le potenziali implicazioni di questo cambiamento di politica potrebbero essere una minore peso dei BRICS , una decelerazione della diversificazione in monete alternative al dollaro, ulteriori accordi di difesa con Tump, ma anche la conseguente difficoltà nel mantenere il suo incipiente riavvicinamento con la Cina.
Ma è soprattutto la Russia che si troverà di fronte un grande dilemma strategico se l’India smetterà di importare il suo petrolio scontato.
Per stabilizzare le sue entrate di bilancio e il rublo, la Russia potrebbe fare affidamento sulla Cina per sostituire il mercato petrolifero indiano perduto, rischiando di diventare troppo dipendente da Pechino.
Oppure accettare compromessi sull’Ucraina con “il Pacificatore” per una graduale riduzione delle sanzioni occidentali, che restituirebbe gradualmente il suo petrolio al mercato globale.
In realtà l’ipotesi più probabile è che le esportazioni energetiche di Mosca si spostino sempre più verso la Cina spingendola sempre più fra le braccia di Pechino, opzione che le stesse èlites russe non vedono con favore, anzi.
D’altra parte non è detto che una maggiore accondiscendenza di Putin verso “l’amico” Trump, comporti chissà quali sconvolgimenti sul terreno dei rapporti internazionali poiché ormai l’arma strategica russa delle risorse energetiche, si va spuntando, e di conseguenza le ambizioni russe rattrappendo.
Indeboliti i BRICS, logorata la Russia dalle dinamiche politico economiche di Trump, sembra proprio che ci stia avviando apparentemente ad un nuovo bipolarismo globale sinoamericano. Ma non è così, intanto perché il mondo non solo non è più bipolarizzato, ma polverizzato in decine di interessi contrapposti e spesso crudamente conflittuali.
E poi perché la potenza e l’egemonia globale americana non sono più quelle del secolo scorso, quindi la partita geopolitica questa volta Trump dovrà giocarsela comunque con un convitato di pietra, la Cina.
Il vaso di Pandora è stato aperto dalla prepotenza dell’inquilino della Casa Bianca che può anche vincere un match o più di uno, ma alla lunga l’intera partita geopolitica rimane aperta con esiti imprevedibili, nei quali la Russia rischia di fare il morto nel Tresette…pur sempre con armi nucleari.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
