Esteri

Iran: uccisi Larijani e capo Basiji. Trump, Nato non fa nulla per noi, non ne abbiamo bisogno

di Andrea Capello (*)

Roma, 17 mar. (LaPresse) – Dopo Ali Khamenei è la volta di Ali Larijani. Israele rivendica l’uccisione, non confermata da Teheran, del segretario del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, considerato da molti analisti il vero leader ‘de facto’ del Paese dopo la scomparsa della Guida Suprema. Con lui, in un raid mirato, sarebbero morti anche il figlio e il suo braccio destro. Non solo, lo Stato ebraico ha annunciato anche di aver ucciso Gholamreza Soleimani, comandante delle forze paramilitari Basij. In questo caso la morte è stata confermata dai Pasdaran. “Hanno raggiunto tutti i membri sconfitti dell’asse del male nelle profondità dell’inferno”, ha affermato il ministro della difesa israeliano, Israel Katz. Per il premier Benjamin Netanyahu la morte di Larijani è un tassello fondamentale per dare alla popolazione iraniana “l’opportunità di rimuovere il regime”. A tal proposito però Israele, come scritto dal Washington Post che è entrato in possesso di un cablogramma inviato dall’ambasciata statunitense a Gerusalemme al Dipartimento di Stato americano, sa benissimo che un tentativo di rivolta interna potrebbe trasformarsi in un “massacro” per i civili. Resta invece ancora avvolta nel buio la sorte di Mojtaba Khamenei, figlio dello storico ayatollah e nominato Guida Suprema dopo la morte del padre. Il suo ferimento è dato per assodato ma sulle sue condizioni c’è il massimo riserbo da parte delle autorità di Teheran. L’ambasciatore iraniano a Mosca ha smentito la notizia che si trovasse in Russia per cure mediche.

 

Per quanto concerne il lato americano Donald Trump ha continuato a professare ottimismo. Secondo il tycoon la guerra terminerà “entro due settimane”. Il presidente americano è tornato poi ad attaccare i Paesi della Nato che si sono rifiutati di prendere parte alle operazioni militari nello Stretto di Hormuz. “Non sono sorpreso del loro comportamento ma siamo di gran lunga il paese più potente al momento e non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno”, ha affermato. E mentre gli Stati Uniti hanno fatto salpare da Singapore direzione Medioriente la nave anfibia d’assalto USS Tripoli con a bordo oltre 2mila marines, una sponda a Trump potrebbe arrivare dai paesi del Golfo. Gli Emirati Arabi infatti potrebbero unirsi a una “iniziativa internazionale” a guida Usa per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Il presidente americano ha però dovuto incassare le dimissioni del direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano Joe Kent come atto di protesta nei confronti della decisione dell’amministrazione americana di attaccare l’Iran. “Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso – ha scritto in una lettera postata sui social media – l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

 

La diplomazia internazionale intanto tenta di muoversi per raffreddare almeno uno dei fronti aperti, ovvero quello del Libano. Israele continua a martellare le postazioni di Hezbollah e anche Beirut ma l’ex ministro degli Affari Strategici del governo israeliano ed ex negoziatore, Ron Dermer, ha confermato per la prima volta di essere di essere stato “richiamato”, dopo essersi ritirato dallo vita pubblica lo scorso novembre, con l’incarico di guidare i negoziati con il governo libanese. Dermer ha parlato di “progressi” ma “affinché un accordo possa essere attuato, Hezbollah dovrà essere disarmato” in quanto Israele “non sacrificherà” la sua sicurezza.

(*) La Presse

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