Esteri

Il flop della Brexit: una lezione per gli inglesi e un monito per gli euroscettici

United Kingdom leaving the European Union represented in puzzle pieces.

di Michele Rutigliano (*)

L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, salutata nel 2016 come un atto di ritrovata sovranità e libertà, si sta rivelando – a distanza di anni – una scelta carica di contraddizioni e costi imprevisti. Promesse di crescita, autonomia commerciale e rilancio globale si sono scontrate con una realtà ben più complessa: rallentamento economico, isolamento politico e tensioni sociali. Il caso britannico, oggi, appare sempre più come un monito per quanti, in Europa, continuano a coltivare pulsioni sovraniste. A rendere ancora più evidente questo cambio di clima è l’intervento del sindaco di Londra Sadiq Khan, che in una recente intervista ha riconosciuto con parole nette la portata dell’errore. Un’ammissione che non proviene da un osservatore esterno, ma da uno dei protagonisti della vita politica britannica.

Le promesse tradite della Brexit

La campagna referendaria del 2016 aveva costruito una narrazione semplice e potente: fuori dall’Europa per tornare padroni del proprio destino. Si parlava di meno burocrazia, più commercio globale, maggior controllo sull’immigrazione. Nulla di tutto questo si è realizzato pienamente. Il Regno Unito ha dovuto affrontare nuove barriere commerciali con il suo principale partner economico, l’Unione europea, con un impatto diretto su esportazioni, investimenti e catene di approvvigionamento. Le imprese, soprattutto le piccole e medie, si sono trovate a operare in un contesto più incerto e oneroso. Londra ha perso centralità finanziaria a vantaggio di altre piazze europee, mentre il costo della vita è aumentato anche per effetto delle difficoltà negli scambi. Sul piano politico, la promessa di una “Global Britain” autonoma si è tradotta in una maggiore fragilità negoziale. Fuori dai tavoli europei, il Regno Unito ha scoperto quanto sia difficile incidere da solo negli equilibri internazionali.

L’ammissione di Khan: “Abbiamo perso il 10% di Pil”

Nell’intervista che ha riacceso il dibattito, ha tracciato un bilancio severo: la Brexit, ha affermato, avrebbe sottratto fino al 10% del Pil potenziale del Paese. Ma il dato economico è solo una parte del problema. Khan ha sottolineato come il contesto globale sia radicalmente mutato: gli Stati Uniti, un tempo alleato stabile, appaiono oggi meno affidabili; le tensioni internazionali – dal Medio Oriente alla crisi energetica – impongono alle democrazie occidentali una maggiore coesione. In questo scenario, il Regno Unito rischia di trovarsi isolato. La proposta del sindaco è chiara: rientrare rapidamente nel mercato unico europeo e avviare un percorso politico che conduca nuovamente all’adesione all’Unione, senza attendere un nuovo referendum. Un messaggio diretto anche al Partito Laburista e al governo guidato da Keir Starmer , chiamati a una scelta strategica netta.

Un’Europa più unita in un mondo instabile

La lezione della Brexit non riguarda solo il Regno Unito. In un mondo segnato da conflitti, instabilità e competizione tra grandi potenze, la frammentazione europea appare sempre più un rischio. La logica del “fare da soli” si rivela fragile di fronte a crisi globali che richiedono massa critica, coordinamento e visione comune. Per l’Europa, il caso britannico rappresenta un banco di prova e, al tempo stesso, un’opportunità. Rafforzare l’integrazione politica, economica e strategica non è più un’opzione ideale, ma una necessità concreta. L’idea degli Stati Uniti d’Europa – a lungo evocata e spesso rinviata – torna oggi al centro del dibattito come possibile risposta alle sfide del nostro tempo. In questo contesto, il percorso intrapreso da Londra appare come una deviazione che molti, ormai, guardano con crescente disincanto. E se anche una delle capitali più importanti del mondo ammette l’errore, forse il messaggio è destinato a risuonare anche dalle nostre parti e ben oltre i confini britannici.

(*) Giornalista

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