Esteri

Iran, anche l’assassinio di Mojtaba Khamenei non cambierebbe gli assetti del potere

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di Balthazar

Quando è stata annunciata la nomina di Mojtaba Khamenei (nella foto) a nuova Guida Suprema dell’Iran, qualcuno l’ha interpretata come l’nizio di un nuovo ordine intransigente a Teheran.

Le successive voci sul suo ferimento o addirittura sulla sua morte, alimentate dalla sua scomparsa dalla scena pubblica, hanno dato luogo alle più fantsiodse interpretazioni sulle conseguenze per il regime iraniano.

Ma il novo assetto del potere in Iran non è legato a un personaggio sia pure autorevole, ma strutturale perché il conflitto in corso ha determinato un regime ancor più militarizzato con un processo che trascende la personalità si qualsiasi eventuale successore di Mojtaba.

La struttura della economia iraniana

Dopo la fine della guerra con l’Iraq nel 1989, durata quasi 10 anni con mezzo milione di mortii, l’Iran ha attraversato una a fase di “ristrutturazione orientata al mercato” con la quale lo Stato non si è ritirato, ma si è riorganizzato.

Le risorse pubbliche sono state trasferite nelle mani di gruppi e lobbies parastatali: fondazioni e istituzioni politicamente legate fra loro con una costellazione diversa del potere statale, meno responsabile ma più intrecciato con i nuovi vertici del potere concentrandola ricchezza verso la nuova classe di potere..

La Costituzione del   1979 autorizzava “enti pubblici e non governativi” ad acquisire fino all’80% delle azioni delle principali industrie statali.

Dal 2006 i beni dai ministeri governativi sono stati trasferiti i a società affiliate al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e numeros fondazioni religioso-rivoluzionarie (bonyad).

Tutti soggetti legati alla “sicurezza” dello Stato che costituiscono un blocco di interessi che collega le istituzioni coercitive, dominando i principali settori dell’economia e condizionando l’iniziativa privata.

Le sanzioni internazionali hanno consolidato questi poteri

Dopo quattro cicli di sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal 2006 al 2010, gli Stati Uniti hanno imposto la loro strategia con misure unilaterali, mirate alle esportazioni petrolifere, al sistema finanziario e all’accesso dell’Iran al sistema bancario internazionale.

Le sanzioni sono state inasprite dopo il ritiro dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018.

Ma queste sanzioni non hanno condizionato la trasformazione dello Stato, anzi l’hanno accentuata, contrariamente all’opinione diffusa che le sanzioni servono a indebolire gli Stati autoritari, mentre in Iran hanno invece favorito la repressione.

Certamente hanno inflitto danni immensi all’economia iraniana, ma hanno anche rafforzato chi opera attraverso l’opacità, la coercizione e l’elusione delle sanzioni.

Man mano che l’accesso al commercio e alla finanza internazionale si restringeva, le reti clandestine, i canali privilegiati e gli intermediari legati alla sicurezza acquisivano più potere politico ed economico, con uno Stato più militarizzato.

I costi di questo sistema sono stati invece scaricati verso il basso a scapito dei cittadini iraniani con l’ inflazione, la disoccupazione, la precarietà del lavoro e la riduzione dei sussidi che ha creato disuguaglianza ed esclusione politica.

Queste le vere cause delle rivolte popolari del 2017 e del 2019 alla rivolta di Donne, Vita, Libertà e dei disordini del gennaio 2026 che hanno preceduto il conflitto in corso.

Rivolte non solo contro la repressione, ma anche contro un ordine politico “escludente” che gestisce una sorta di privatizzazione delle risorse a favore di pochi, con una crescente chiusura autoritaria determinata dalle sanzioni stesse.

Questa guerra restringe qualsiasi possibilità di riforme

La rivolta auspicata da Washington e Tel Aviv all’inizio della guerra non è avvenuta, tanto che il capo della polizia iraniana qualche giorno fa affermava che lo Stato ora considera “tutte le nostre questioni” in fuzione della guerra, avvertendo che coloro che scenderanno in piazza saranno trattati non come manifestanti, ma come nemici.

Un avvertimento diretto, secondo il quale qualsiasi dissenso interno sarà stato represso con la forza armata in condizioni di guerra.

Paradossalmente, rispetto alle intenzioni israelo americane, ciò che la guerra ha cambiato non è la repressione in sé, ma prorio la sua legittimazione fornendo al regime la possibilità di criminalizzare il dissenso e reprimerlo militarmente.

La guerra ha accelerato una logica marziale in cui la società appare principalmente come oggetto di sorveglianza, disciplina e gestione delle minacce dello straniero.

La guerra, in questo senso, non si limita a irrigidire la politica estera, ma amplia l’autorità delle forze maggiormente interessate a governare e a gestire l’economia.

Anche senza Mojtaba l’Iran non cambierà

L’elezione di Mojtaba Khamenei a guida suprema non è una novità, ma la continuazione di un potere consolidato che nemmeno con la sua morte – e forse nemmeno con la sconfitta conclamata dell’Iran – cambierebbe la sua natura autoritaria.

Nel corso del governo di suo padre Ali Khamenei, l’Ufficio della Guida Suprema si è trasformato da una segreteria ecclesiastica ristretta al centro di comando istituzionale del regime, condizionando sicurezza, finanza, comunicazioni e l’intero Stato.

Una risposta politica a una carenza di autorità

Rispetto al primo leader supremo dell’Iran, Ruhollah Khomeini, Ali Khamenei non possedeva lo stesso carisma e lo stesso prestigio clericale. Quindi compensò questa debolezza non solo con la sua autorità personale, ma concentrando la struttura di potere attorno a sé.

Il risultato è che ora la carica conta più della persona. Se Mojtaba se ne andasse – in un modo o nell’altro – il suo successore verrà comunque scelto dalla stessa cerchia ecclesiastica e di sicurezza legate al complesso militare, che ora domina l’economico della Repubblica islamica.

La stessa struttura della carica è stata concepita per consolidare il potere nel tempo. La dimensione religiosa del sistema rimarrebbe importante, fonte di legittimità per l’apparato di sicurezza e le istituzioni che gravitano attorno all’ufficio della Guida Suprema.

Un Iran postbellico probabilmente produrrà il superamento della leadership suprema, ma una Repubblica islamica più militarizzata.

Piuttosto che aprire la strada alla trasformazione, la guerra rischia di favorire una èlite politica sempre più ristretta e un maggiore ricorso alla coercizione con un sistema di governo ancora più opaco.

La convinzione americana di un cambio di regime era solo strumentale

La verità è che né Trump né Netanyahu con l’inizio dei bombardamenti, credevano di sostenere un improbabile svolta di potere in Iran, ma solo di abbatterlo con la forza e le distruzioni secondo la logica Israeliana del mortale nemico da annietare.

Una linea dove la lungimiranza politico strategica negli interessi del popolo iraniano è stata sostituita dalla distruzione tout court del Paese indifferente alle sorti della popolazione.

Una scelta che rende ancor più difficile il raggiungimento di una pace stabile nell’area medioriental, ma indurrà i Paesi del Golfo – ormai dubbiosi sulle reale protezione offerta dagli americani – a stringere i freni dei loro governi teocratico- autoritari e a riarmarsi a scapito di ogni illusione di indipendenza dal le fonti energetiche.

Mentre Israele sarà costretta a a una guerra permanente non solo contro le forze sciite, – come sta avvenendo in Libano con Hezbollah – ma anche alla progressiva repressione di ogni aspirazione palestinese.

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