La guerra di Trump

Ipotesi sul cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e conseguenze per l’Ucraina

di Giuliano Longo

Trump ha affermato che Teheran ha accettato di aprire lo Stretto di Hormuz, mentre l’Iran ha dichiarato che Washington ha acconsentito ad avviare colloqui sulla base di 10 richieste iraniane, tra cui il pagamento di riparazioni all’Iran – il mantenimento del controllo su Hormuz – il ritiro delle basi statunitensi dalla regione – la revoca di tutte le sanzioni e l’accordo per l’arricchimento dell’uranio.

Poiché soddisfare queste richieste significherebbe la capitolazione degli Stati Uniti – che già non hanno ottenuto cambio di potere a Teheran, il controllo del suo petrolio e del gas- consentirebbero invece all’Iran enormi vantaggi,. Quindi un facile accordo a Islamabad appare – per usare un eufemismo – irrealistico alle condizioni di Teheran.

Ma soddisfare la contro-richiesta americana di aprire lo Stretto di Hormuz per un lungo periodo – se non per sempre – risulta problematico. Quindi esistono due possibili scenari – più uno intermedio – per lo sviluppo degli eventi.

Il primo scenario prevede che le parti riescano a raggiungere dei compromessi che portino a un accordo a lungo termine e al completo sblocco di Hormuz.

I contorni di questi compromessi non sono ancora chiaramente definiti, ma teoricamente risulta possibile con la mediazione della Cina, che sta partecipando attivamente – seppur ufficiosamente – ai negoziati.

Anche la Russia potrebbe contribuire all’accordo – in posizione nettamente subalterna – monitorando l’arricchimento dell’uranio in Iran o trasportandolo in Russia, con un piano che era già stato discusso in passato.

Né si può escludere che Trump “faccia marcia indietro” sull’Iran, accettando concessioni a Teheran in cambio di determinate promesse e dichiarazioni di intenti, concentrandosi su altre questioni.

Ad esempio, nei confronti di Cuba, anche se una soluzione di forza alla “venezuelana” potrebbe risultare più difficile del previsto. O magari ritirar fuori la questioni della Groenlandia in spregio agli alleati Nato che non l’hanno sostenuto nella SUA guerra all’Iran.

Trump, in questo caso, annuncerebbe una sorta di accordo e una “fine definitiva della guerra”, ma in realtà nessuno lo attuerà e la situazione rimarrà semplicemente “congelata”, come nella Striscia di Gaza – dove, dopo il cessate il fuoco – Hamas continua a governare, rifiutandosi di conformarsi a tutte le richieste del solennemente annunciato “piano di pace Trump” per la gestione della Striscia.

Tuttavia anche questa ipotesi ,di fatto, significherebbe il ritiro degli Stati Uniti dal Golfo Persico, dopo il quale un nuovo ordine nella regione verrebbe stabiliti da altri Paesi,. Opzione da escludersi proprio per le rapaci intenzioni del Tycoon sul petrolio della regione mediorientale.

Il secondo scenario prevede che l’attuale cessate il fuoco si riveli solo la calma prima di una nuova tempesta.

Da un lato, è essenziale per gli americani poter trasferire forze di terra nella regione senza timore di attacchi iraniani, al fine di preparare un’operazione di terra contro l’Iran. In tal senso le operazioni di intelligence rimangono attive come dimostra il recupero del pilota americano e la quasi eliminazione della neo Guida Suprema Mojabata Kamenei.

Dall’altro lato è fondamentale per Teheran poter “curare le proprie ferite”, rifornire le proprie scorte di missili, droni e sistemi di difesa aerea, trasferire le riserve di uranio, mobilitare l’esercito per rifornirlo e così via.

In questo caso, tra due settimane, o forse anche prima, le ostilità potrebbero riprendere con rinnovato vigore e Hormuz verrà nuovamente chiuso, ammesso che venga effettivamente riaperto entro le due settimane di colloqui.

Questo scenario è supportato dal fatto che la sottomissione dell’Iran è un elemento chiave della nuova strategia statunitense per mantenere il proprio dominio globale garantito dalla forza.

Ma anche dalla bellicosità di Netanyahu che intende proseguire – senza vincoli – l’occupazione manu militari del sud del Libano escludendo Hamas da ogni accordo di pace.

Al momento risultano – ,se non il fallimento – le difficoltà americane a proseguire un conflitto irto di scogli anche imprevedibili – ma non tanto – sul piano della economia globale. Pertanto, è possibile che Washington attacchi nuovamente l’Iran dopo un certo periodo di tempo per tentare di raggiungere i suoi obiettivi.

Potrebbe anche verificarsi uno scenario “intermedio”.

Gli Stati Uniti cessano gli attacchi contro l’Iran, ma gli israeliani continuano le loro operazioni in Libano, il che fornirebbe a Teheran un pretesto per riprendere le ostilità contro Israele e mantenendo chiuso lo Stretto di Hormuz, costringendo gli Stati Uniti a intervenire.

E tutto si svolgerebbe secondo il precedente scenario, oppure – meno probabile ,ma comunque possibile – Trump si laverebbe semplicemente le mani della situazione e permetterebbe a Israele di continuare a combattere l’Iran e i suoi alleati in modo indipendente, ma senza raggiungere un accordo con Teheran come è sollecitata dai duri del suo regime.

Infine – anche se può apparire marginale – andrebbe valutato quanto la situazione in Medio Oriente possa condizionare gli sviluppi del conflitto ucraino.

Kiev è consapevole degli screzi – si fa per dire – fra Trump e le potenze europee con il ricatto di un disimpegno – non meglio definito, ma proclamato – dalla Alleanza Atlantica.

Sul fronte la situazione è stagnate e la Russia non prevale, quindi solo la pace con l’Iran potrebbe indurre il presidente americano a rivolgere la sua attenzione alla situazione ucraina, spingendo entrambe le parti a reciproche concessioni. Magari con ulteriori sanzioni americane alla circolazione del petrolio ruso, temporaneamente rimosse.

Ma non è nemmeno escluso che Trump insista nel definire “non sua” quella guerra, lasciando il cerino militare e finanziario tutto nelle mani degli europei che, a questo punto, dovrebbero decidere sino a che punto tirare la corda con Putin.

In conclusione, Trump per primo ha aperto il vaso di pandora dei conflitti con il Venezuela, l’Iran e forse domani Cuba. Avrà la lucidità per porsi ancora come il “pacificatore” meritevole del premio Nobel o perseguirà ancora i suoi obiettivi di primazia USA?

Due o tre guerre – o quasi tali – sull’orlo di un conflitto mondiale, o quasi, sono troppe e quella dell’Ucraina è un cancro nel cuore della stessa Europa e da qui, sul Mondo intero.

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