di Balthazar
Lo stretto di Bab el-Mandeb, che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa rappresenta 26 chilometri di acque tra Gibuti e lo Yemen. La Porta del Dolore, come si traduce il suo nome dall’arabo. Un nome che si potrebbe definire profetico.
Fino a poco tempo fa, questo stretto era considerato secondario rispetto al commercio globale. Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio mondiale, ha sempre dominato la scena e Bab el-Mandeb che si è trasformata in un fattore geopolitico capace di sconvolgere le economie di interi continenti.
Quando Mohammed Mansour, viceministro dell’Informazione del governo Houthi, annunciò la possibilità di chiudere completamente lo stretto, con il rischio di far salire i prezzi del petrolio a 200 dollari al barile, non sembrò una minaccia a vuoto, ma una. diagnosi.
La diagnosi di un sistema costruito per decenni partendo dal presupposto che i colli di bottiglia del commercio globale sarebbero rimasti aperti per sempre, mentre ora nulla al mondo è garantito.
La geografia al centro della geopolitica
Lo stretto di Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e, più a valle, con l’Oceano Indiano. È la chiave del Canale di Suez e, di conseguenza, la chiave della rotta marittima più breve tra Europa e Asia.
Attraverso di esso transitano petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Golfo Persico, container provenienti dalla Cina e dal Sud-est asiatico, cereali, fertilizzanti e attrezzature industriali. Il volume d’affari annuo che transita attraverso queste acque è stimato in migliaia di miliardi di dollari.
Lo stretto è largo 26 chilometri e rappresenta un collo di bottiglia, attraverso il quale transitano quotidianamente decine di grandi navi. Su un lato dello stretto si trova lo Yemen – dove il movimento Ansar Allah, noto come Houthi, controlla una parte significativa del territorio dal 2014. Sull’altro lato si trova Gibuti, un piccolo stato che ospita basi militari di diversi paesi, tra cui Francia, Cina, Giappone e Stati Uniti.
Lo stretto non può essere aggirato se non imponendo una rotta intorno all’Africa, passando per il Capo di Buona Speranza con migliaia di chilometri in più e miliardi di dollari in costi logistici, che inevitabilmente si aggiungeranno al costo finale delle merci.
Lo stretto e lo scontro Iran USA
L’Iran ha ripetutamente chiuso lo Stretto di Hormuz, ma l’’agenzia di stampa iraniana Tasnim, ha riferito che se le truppe di terra americane sbarcassero in territorio iraniano, l’Iran aprirebbe ulteriori fronti al nemico. Lo Stretto di Bab el-Mandeb è considerato uno di questi fronti.
Se Hormuz e Bab el-Mandeb venissero bloccati simultaneamente, si bloccherebbe circa il 30% del traffico container globale. La rotta attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez diventerebbe completamente impraticabile con l’unica alternativa del Capo di Buona Speranza che non è in grado di gestire l’intero volume di traffico merci nel breve termine.
Il Calcolo degli Houti
Nel 2024 e nel 2025, gli Houthi dimostrarono che le loro minacce non erano un bluff. Attaccando le navi in transito sul Mar Rosso costrinsero le più grandi compagnie di navigazione del mondo a deviare le proprie rotte intorno all’Africa. Significativi volumi di petrolio provenienti dai paesi del Golfo Persico e diretti in Europa transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Il percorso è da Hormuz, poi il Mar Arabico, il Golfo di Aden, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Canale di Suez. Bloccare uno qualsiasi di questi passaggi interromperebbe l’intera catena.
Se lo stretto venisse chiuso e quello di Hormuz rimanesse aperto, i consumatori europei sarebbero costretti a ricorrere a fonti petrolifere alternative o a pagare per un percorso di navigazione notevolmente più lungo. Se entrambi gli stretti venissero bloccati contemporaneamente, le forniture di petrolio dal Golfo Persico all’Europa verrebbero praticamente interrotte del tutto.
Anche una minaccia credibile di blocco sarebbe sufficiente a far affluire capitali speculativi nei contratti futures, facendo schizzare alle stelle i prezzi.
La geopolitica come arma di pressione
Le dichiarazioni di Mansour – unita alle intenzioni iraniane – per strangolare l’economia europea meritano particolare attenzione. Gli Houthi non agiscono in un vuoto. Il movimento Ansar Allah è stato storicamente sostenuto da Teheran, ricevendo da essa armi, finanziamenti e informazioni di intelligence.
Nel contesto della perdurante tensione tra Iran e Stati Uniti, la minaccia di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb si sta inserendo in una strategia più ampia.
L’Iran considera Bab el-Mandeb come un secondo fronte nel suo confronto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Il primo fronte, lo Stretto di Hormuz, è già sotto il controllo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane. Il secondo fronte, Bab el-Mandeb, è controllato dagli Houthi, alleati dell’Iran. La chiusura di questi due punti crea una manovra a tenaglia strategica, che comprime il commercio globale.
Per l’Europa, ciò rappresenta una vulnerabilità che sinora ha preferito ignorare. L’economia europea, ripresasi dalla pandemia e dalla crisi energetica del 2022, si trova ancora una volta ad affrontare una crisi energetica e logistica.
Questa volta, la minaccia non deriva dalle interruzioni delle forniture di gas, bensì dall’impossibilità di trasportare petrolio e merci via mare. Si tratta di una categoria di rischio radicalmente diversa, che richiede risposte altrettanto radicalmente diverse.
Le catene di approvvigionamento globali si sono sviluppate in un’epoca in cui la sicurezza delle rotte marittime era data per scontata. La chiusura di Bab el-Mandeb sconvolge questo modello facendo pagare alle compagnie di navigazione ingenti premi assicurativi per il passaggio attraverso la zona pericolosa oppure ad allungare i tempi di consegna di due o tre settimane. Entrambe le opzioni comportano costi di spedizione più elevati.
Allo stesso tempo, le infrastrutture alternative non sono pronte a gestire l’intero flusso di merci poiché la logistica globale si è sviluppata attorno al Canale di Suez per decenni e un improvviso passaggio a una rotta alternativa creerebbe colli di bottiglia paragonabili a quelli verificatisi durante la pandemia.
Che fare?
La prospettiva di una chiusura completa dello stretto di Bab el-Mandeb solleva diverse questioni spinose per la comunità internazionale.
La risposta militare alla minaccia degli Houthi è già stata messa alla prova. I raid aerei contro le posizioni di Ansar Allah, condotti dalla coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito, non sono riusciti a fermare gli attacchi alle navi.
Gli Houthi hanno dimostrato la loro capacità di adattarsi e di continuare le operazioni anche sotto attacco. Combattere un’insurrezione costiera non è una missione per cui le marine occidentali sono principalmente addestrate.
La via diplomatica prevede di esercitare pressioni sull’Iran, che in larga misura determina il comportamento del movimento Houthi, ma l’Iran attualmente considera Bab el-Mandeb una merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti..
Infine, c’è la via dell’adattamento. Costruire rotte alternative, sviluppare infrastrutture portuali che aggirino il Canale di Suez e creare riserve energetiche strategiche. Questa è la strada più razionale, ma richiede tempo e investimenti che l’economia globale – sotto pressione a causa di molteplici crisi – non è in grado di reperire.
Conclusione
L’economia globale è diventata vulnerabile ad attacchi provenienti da una direzione inaspettata. Non una grande potenza, non una superpotenza nucleare, ma un movimento paramilitare in uno dei paesi più poveri del mondo ha il potenziale per mettere in ginocchio le economie dei paesi sviluppati.
Questo paradosso suggerisce che la globalizzazione ha creato un sistema di incredibile efficienza e al contempo di incredibile fragilità con ridotti margini di sicurezza. Gli Houthi stanno già calcolando la nostra inflazione e la domanda è se la comunità internazionale avrà il tempo di calcolare i rischi prima che “La Porta del Dolore” si chiuda.
