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Sant’Egidio a Cuba: come l’aiuto umanitario arriva davvero alla gente

La crisi cubana non è una notizia di oggi, ma da mesi mancano farmaci ed elettricitò, con file per il pane, stipendi che non bastano per sopravvivre. Un Isola strozzata da quattro mesi dagli stati Uniti dopo oltre sessantanni di embargo La prospettiva miseria assoluta è ormai fame e malattie.

Ma non è la guerra fredda degli anni 60 con la crisi dei missili russi puntati sulla Florida, non ci cono navi o sottomarini russi o cinesi nel Mara Caraibico, l’unica petroliera russa di aiuto è arrivata all’Avana alcune settimane fa ,poi basta.

Ora la CIA sta preparando il casus belli per il colpo definitivo facendo circolare notizie sulle centrali di spionaggio elettronico russo cinese installate sull’Isola e addirittura la minaccia di un attacco alla base statunitense di Guantanamo.

I contras presenti in massa in Florida si agitano fanno pressione sugli eletti Repubblicani al Congresso chiedendo misure risolutive per un cambio di regime, al quale sta già lavorando alalcremente il segretario di Stato americano Marco Rubio lui stesso di origini cubane.

Ma in mezzo a questo che è poco definire sfacelo, c’è anche una rete che funziona e che da oltre 30 anni riesce a far arrivare aiuti direttamente alle famiglie, senza che finiscano nei magazzini del conglomerato militare CAESA

Parliamo delle Comunità di Sant’Egidio.

Sant’Egidio è sbarcata a Cuba nel 1992, con un piccolo gruppo di giovani universitari a L’Avana. Oggi sono più di 500 collaboratori distribuiti in sette province: La Habana, Pinar del Río, Cienfuegos, Sancti Spíritus, Holguín, Santiago de Cuba e Trinidad.
Non è una ONG internazionale che atterra per l’emergenza e poi va via. È una comunità di laici cubani che vive lì, conosce le parrocchie, i medici, le famiglie in difficoltà. E questo fa la differenza.

Il problema centrale a Cuba è che l’economia è ancora fortemente centralizzata. Ogni importazione importante, ogni movimento di valuta forte, passa per CAESA, il conglomerato controllato dalle Forze Armate Rivoluzionarie.
Le sanzioni USA di quest’anno hanno reso la situazione ancora più difficile: banche e aziende straniere rischiano “secondary sanctions “se operano con questoconglomerato. Il risultato è che gli aiuti umanitari ufficiali si bloccano, o peggio, vengono “tassati” al 70-80% prima di arrivare alla popolazione.

Sant’Egidio ha scelto un’altra strada.

Niente consegne a imprese statali, niente bonifici a entità militari. Il canale è la Chiesa cattolica locale e le reti interreligiose che la comunità ha costruito in anni di dialogo.

A L’Avana il punto di riferimento è la Casa de la Paz y el Diálogo, nel quartiere Centro Habana. Da lì partono le distribuzioni per la capitale e per il resto dell’isola. A Santiago de Cuba la collaborazione con l’Arcidiocesi e con l’Arcivescovo Mons. Dionisio García Ibáñez ha permesso di organizzare anche eventi di dialogo interreligioso, come l’incontro “Imaginar la paz” del novembre 2024, che hanno rafforzato la rete di contatti sul territorio.

Il modello è semplice ma efficace. Prima: si definisce con la parrocchia locale una lista di beneficiari. Una lista non redatta a caso, ma comprendete famiglie segnalate dal parroco: anziani soli, malati cronici, nuclei con bambini.

Poi glia iuti arrivano direttamente in parrocchia o nella sede Sant’Egidio. Infine la distribuzione è fatta dai volontari della comunità, con ricevute firmate, foto e video. Niente magazzini statali, niente intermediari opachi. Questo sistema di “circuito chiuso” è lo stesso usato da Sant’Egidio nei corridoi umanitari dall’Etiopia all’Ucraina.

Dal 2021 il governo cubano ha aperto alle MIPYMES, le piccole e medie imprese private. È una crepa nel monopolio statale che Sant’Egidio sta usando con intelligenza. Per gli invii più grandi, i container vengono sdoganati e importati tramite MIPYMES certificate, che hanno conti in valuta estera e possono pagare fornitori esteri senza passare da CAESA.

È un lavoro di coordinamento che richiede tempo, ma è l’unico modo per far entrare farmaci, latte in polvere, pannolini, materiale medico in quantità significative.

Cosa si distribuisce oggi?

A L’Avana il focus è su medicinali, cibo per anziani soli e mense popolari. A Santiago e Holguín si si lavora molto con le famiglie colpite dagli uragani degli ultimi due anni. A Pinar del Río e Cienfuegos l’impegno è su zone rurali, scuole parrocchiali e distribuzione di medicinali. A Sancti Spíritus e Trinidad l’aiuto è più mirato a nuclei urbani in povertà estrema.
Ogni provincia ha un coordinatore locale e lavora in sinergia con il vescovo diocesano.

Per chi vuole inviare aiuti dall’Italia, il consiglio è uno solo: partire dalla sede di Roma di Sant’Egidio con I reponsabili dei corridoi umanitari, telefono+39 3356794746. L’ufficio si mette in contatto con i coordinatori cubani e fornisce la lista aggiornata delle MIPYMES private con cui si può lavorare in sicurezza.
Saltare questo passaggio significa rischiare che il container si perda nei canali statali.

La lezione di Sant’Egidio a Cuba è che l’aiuto funziona solo se è radicato.

Non servono grandi dichiarazioni, servono parrocchie aperte la sera, volontari che conoscono nome e cognome delle famiglie, e un sistema di controllo che rende trasparente ogni scatola di farmaci, con un approccio ostinatamente umano, ma anche una risposta a chi vuole ribaltare e demolire un sistema o un regime sull’esempio venezuelano nel disprezzo di ogni regola – anche umanitaria – internazionale.

Per le organizzazioni di volontariato, la strada è tracciata: coordinarsi con Roma, scegliere una provincia pilota tra La Habana e Santiago, fare il primo invio, verificare il flusso, e poi estendere l’attività. Non è veloce, non è spettacolare, ma arriva. E a Cuba, oggi, arrivare significa fare la differenza tra una cura presa e una malattia peggiorata, tra un pasto caldo e una notte a digiuno.

GiElle

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