di Giuliano Longo
E’ fatta …forse si forse no, vedremo…L’annuncio di Trump di un accordo con Teheran è durato l’espace d’un matin (o forse tre o quattro), ma se una delle condizioni dell’accordo sbandierato opportunamente dai media, era la cessazione delle ostilità in Libano, alla pace imminente possiamo dare un bel “ciaone”.
Perchè Netanyahu – che gode di ampio consenso in patria, forse un po meno fra la diaspopra ebraica globale – deve completare la pulizia ai suoi confini occupando la cosiddetta “zona si sicurezza” per la salvezza del Popolo di Dio minacciato nella sua (sic) “sopravvivenza”.
Senza contare rerae che il “vizietto” della invasione del Libano, Israele lo ha già sperimentato dal 1978 al 2000, con la variante – non da poco – che il vero nemico esistenziale è rappresentato oggi dall’Iran che vorrebbe l’atomica (incredibile!), contro Israele che ce l’ha già dagli anni 60 del secolo scorso.
Ma oggi con una sostanziale differenza poichè il governo di Tel Aviv è in mano ad estremisti senza scrupoli. Come il Capo di Stato Maggiore che promette bombe e orrori affermando che per ogni drone lanciato da Hezbollah Israele deve distruggere dieci palazzi a Beirut.
Per non parlare di quel dissentao Ministro che ha fatto attaccare la flotilla pacifista internazionale, vantandosene come un bullastro di periferia e alimentando una diffusa ostilità globale verso Israele.
Curiosamente (si fa per dire) mentre Israel buttava giù edifici di più piani in Libano, gli Stati Uniti riprendevano I bombardamenti sul sud dell’Iran a Hormuz, tanto per dire: guardate che ci siamo ancora noi!
Eh si, perchè anche ai più servili amici di Israele diventa difficile credere che Bibi abbia deciso di attaccare il Libano senza il consenso dell’amico Trump che solo qualche giorno fa affermava che tanto Israele obbedisce a lui. Per ovvi motivi, soldi e armi, con una Una liason dangerouse che non ha fatto nessun progresso a Gaza ancora devastata, fra fame e malattie.
La verità è che gli attacchi di eri dei due alleati confermano che la guerra è in corso e che ciasuno vorrebbe raggiungere I suoi obiettivi: ovvero la distuzione dell’Iran. Questi contemporanei attacchi di ieri dimostrano che le ostilità sono ancora in corso e che I “due soci” la guerra la vogliono continuare, almeno per un pò.
Che poi lui, The Donald, sia più o meno condizionato da Bibi poco conta poichè sotto sotto anche il Tycoon ha ancora una gran voglia di menare le mani – e con lui i “falchi” USA – consapevole che qualsiasi accordo con il regime iraniano – anche il più sgrauso – di fatto segna un’altra sconfitta degli Stati Uniti – Vietnam Iraq Afghanistan– e rischia di non essere l’ultima.
Circola poi nei media occidentali l’illusione che The Donald, messo alle corde dalla prospettiva di un debacle alle elezioni si “mid-term” a novembre, si affretti a stipulare “un qualsiasi accordo”, senza comprendere che proprio questo fantasma potrebbe indurlo ad una azione militare devastante e risolutiva, per portare a casa un successo incontestabile.
Speriamo ovviamente non sia così e che prevalga la ragione e non l’ossessione bullista di Trump che tutto sommato non teme nemmeno le conseguenze globali della chiusura di Hormuz, poichè “America First” subisce solo relativamente le conseguenze del conflitto e anzi, talora ci guadagna pure.
Quanto al presunto convitato di pietra cinese – a cui verrebbe affidato l’uranio arricchito iraniano rifiutato ai russi – è pur vero che da Hormuz vede transitare il 37% del suo fabbisogno petrolifero, ma di scorte ne ha almeno per sei mesi e poi può sempre contare sulle risorse dell’amico – e quasi vassallo Putin – che di risorse nergetiche ne ha infinite anche per finanziare la guerra in Ucraina.
E poi il business is business. Gli atri – Europa e Asia in primis che sull’Iran non toccano palla – potranno semppre aumentare l’importazione di petrolio americano – rimpinguato da quello rubato al Venezuela – a prezzi più alti con un mercato stabile sui 100 dollari al barile che non tornerà tanto rapidamente ai 60 prebellici.
Quindi il gioco sporco di Trump potrebbe continuare se non per 20 anni come in Afghanistan, almeno per tutta l’estate giusto “per vedere l’effetto che fa”.
In conclusione una settiamana è già passata dall’annuncio del presunto accordo, quindi qualche settimana in più non cambierà nulla, lasciando nel frattempo campo libero all’altro gioco sporco di Bibi che le mani continua a menarle con l’intenzione – non tanto occulta – di ridurre Beirut come Gaza.
