Cronaca

Caso Regeni: difese 007 egiziani sollevano nuove eccezioni, a rischio data sentenza

di Emilio Orlando
(LaPresse) – Rischia di slittare oltre settembre la sentenza del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Nell’udienza davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma, infatti, la difesa dei quattro imputati egiziani ha sollevato una nuova eccezione che potrebbe incidere sui tempi del procedimento, chiedendo una rivalutazione delle condizioni per procedere in assenza degli imputati. La Corte si è riservata la decisione, ma il confronto acceso tra accusa, parti civili e difensori ha riaperto uno dei nodi più delicati dell’intero processo. Perno centrale dell’udienza il timore, evocato dalla difesa, che gli imputati possano subire ritorsioni da parte dello Stato egiziano qualora decidessero di comparire davanti ai giudici italiani. Una tesi avanzata dall’avvocato Fabio D’Offizi, legale di Usham Helmi, del generale Sabir Tariq e dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti appartenenti ai servizi segreti del Cairo. I quattro sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, mentre per Sharif le contestazioni comprendono anche concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato. “La questione concerne quella che è la dichiarazione di assenza e richiama il comma 7 dell’articolo 420 bis”, ha spiegato D’Offizi in aula. Secondo il difensore, il principio, già riconosciuto ad alcuni testimoni che hanno scelto di non presentarsi per paura di conseguenze personali, dovrebbe essere applicato anche agli imputati. La difesa ha insistito sul fatto che gli imputati appartengano agli apparati dello Stato egiziano e che un’eventuale partecipazione al processo potrebbe essere interpretata dal Cairo come un atto di infedeltà o addirittura di alto tradimento. “Gli imputati odierni fanno parte di quelli che sono apparati dello Stato egiziano e quindi l’eventuale loro comparsa in giudizio potrebbe dar luogo a un’ipotesi di infedeltà o di alto tradimento”, ha aggiunto D’Offizi, parlando di “ragioni di timore ben più cogenti” rispetto a quelle riconosciute ai testimoni. Da qui la richiesta formale di “una riconsiderazione di quelle che sono le attuali condizioni per procedere in assenza”.
Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto alla Corte di dichiarare l’istanza inammissibile o comunque di rigettarla, sostenendo che il tema fosse già stato affrontato nelle fasi iniziali del processo. “Sorprende innanzitutto che questa questione, visto che mi sembra basata soprattutto sulla sentenza della Corte Costituzionale, non sia stata fatta alla scorsa udienza ma sia stata fatta questa”, ha osservato il magistrato. “Ogni volta c’è una questione nuova che sembra voler portare avanti l’arrivo delle conclusioni di questo processo”. Per la pubblica accusa non esistono elementi nuovi tali da giustificare una revisione della decisione assunta “due anni e mezzo fa”. Colaiocco ha inoltre contestato la linea della difesa sul timore degli imputati.
Contraria anche Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, che ha ricordato come non vi sia “alcuna evidenza” di un cambiamento nell’atteggiamento delle autorità egiziane, accusate anzi di continuare a ostacolare il procedimento rifiutando di notificare citazioni testimoniali. La legale ha poi distinto la posizione degli imputati da quella di alcuni testimoni chiave, come “Zeta” e “Oda”, che avevano espresso timori concreti e documentati. “I loro timori erano reali”, ha detto Ballerini, ricordando che uno dei testimoni sarebbe stato arrestato e torturato dopo un mandato firmato da uno degli imputati. La Corte, al termine dell’udienza, si è riservata di decidere sull’eccezione sollevata dalla difesa, confermando però il calendario del processo e fissando al 15 giugno il termine per eventuali ulteriori produzioni documentali.

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