di Giulia Rocchetti
Due settimane di trattative, decine di tavoli negoziali e un risultato che lascia più interrogativi che certezze. Si sono conclusi la settimana scorsa a Bonn i negoziati intermedi sul clima (SB64), l’appuntamento tecnico delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto preparare il terreno alla Cop31 in programma a novembre ad Antalya, in Turchia. Invece, secondo l’analisi diffusa da Italian Climate Network, il vertice tedesco ha certificato quanto il negoziato climatico sia ormai sempre più condizionato dalle tensioni geopolitiche e dalla difficoltà di trovare un’intesa sulla questione centrale: chi deve finanziare la transizione climatica.
Per anni gli incontri di giugno erano stati considerati il momento in cui i negoziatori riuscivano, lontano dai riflettori delle Conferenze delle Parti, a sciogliere i nodi tecnici e predisporre testi condivisi. Quest’anno lo scenario è apparso diverso. Le divisioni politiche tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo hanno permeato quasi tutti i dossier, rallentando i lavori e impedendo progressi significativi.
Secondo Italian Climate Network, il clima dei negoziati è stato caratterizzato da una crescente frustrazione, culminata nelle ultime ore dei lavori quando non è stato possibile raggiungere un accordo nemmeno su una soluzione di compromesso per il Global Goal on Adaptation, l’obiettivo globale sull’adattamento ai cambiamenti climatici.
Alla base dello stallo resta soprattutto il tema della finanza climatica. I Paesi in via di sviluppo continuano a chiedere maggiori garanzie economiche per poter affrontare gli effetti della crisi climatica, mentre molti Paesi sviluppati cercano di limitare nuovi impegni finanziari. Una contrapposizione che, ancora una volta, ha finito per paralizzare diversi tavoli negoziali.
L’associazione sottolinea anche il contrasto tra la rapidità con cui molti governi riescono a mobilitare risorse economiche per spese militari o emergenze geopolitiche e le difficoltà che emergono quando si tratta di reperire fondi per affrontare il cambiamento climatico. Un elemento che, secondo numerosi osservatori presenti a Bonn, contribuisce ad alimentare la sfiducia nei confronti del processo negoziale.
Tra i pochi elementi positivi emersi dalla conferenza figura il dossier sulla Giusta Transizione (Just Transition). È stato infatti l’unico tavolo negoziale a produrre un testo preliminare approvato in plenaria, che costituirà la base dei negoziati della Cop31. Il documento definisce i termini della revisione del programma di lavoro sulla Giusta Transizione e apre una fase di consultazione che consentirà ai governi e agli altri soggetti coinvolti di presentare osservazioni entro il primo settembre. Restano però aperti i nodi politici più delicati, in particolare la definizione del futuro Meccanismo per la Giusta Transizione istituito durante la Cop30.
Proprio su questo punto sono emerse profonde divergenze. Alcuni Paesi vorrebbero trasformare il nuovo meccanismo in uno strumento capace di sostenere concretamente l’abbandono dei combustibili fossili e accompagnare la trasformazione economica. Altri, invece, temono che possa tradursi in nuovi obblighi internazionali che limiterebbero la libertà dei singoli governi nelle proprie politiche energetiche.
Anche il negoziato sull’adattamento ha incontrato forti difficoltà. Dopo i risultati raggiunti alla Cop30 di Belém, dove erano stati definiti nuovi indicatori per misurare i progressi dei Paesi, Bonn avrebbe dovuto rappresentare il passaggio dalla definizione degli strumenti alla loro concreta attuazione. Il confronto si è però rapidamente spostato sulla questione dei finanziamenti. Molti Paesi in via di sviluppo hanno chiesto che l’obiettivo globale sull’adattamento fosse strettamente collegato all’aumento delle risorse economiche, compresa la proposta di triplicare entro il 2035 i finanziamenti destinati all’adattamento climatico. I Paesi industrializzati hanno invece cercato di mantenere separati gli aspetti finanziari da quelli tecnici, impedendo il raggiungimento di un compromesso.
Non migliori i risultati sul fronte della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni di gas serra. Il Mitigation Work Programme, già da tempo uno dei tavoli più controversi dei negoziati ONU sul clima, è rimasto bloccato da profonde divergenze sia sul ruolo futuro del programma sia sulle sue modalità operative.
Una situazione analoga ha interessato anche il Global Stocktake, il processo con cui l’Accordo di Parigi verifica periodicamente i progressi dell’azione climatica mondiale. Dopo la conclusione del primo ciclo di valutazione, Bonn avrebbe dovuto avviare concretamente la fase successiva. Anche in questo caso, però, le discussioni hanno evidenziato profonde differenze tra le Parti sul modo in cui utilizzare i risultati del bilancio globale per aumentare l’ambizione climatica.
Il quadro complessivo che emerge dai negoziati tedeschi è quindi quello di un processo multilaterale sempre più difficile da gestire. Se fino a pochi anni fa gli incontri intermedi erano prevalentemente tecnici, oggi le tensioni internazionali, le dispute sulla finanza e gli interessi energetici nazionali finiscono per influenzare ogni singolo dossier. Per questo motivo la Cop31 di Antalya rischia di trasformarsi in un passaggio decisivo. Molti dei principali temi rimasti irrisolti a Bonn – dalla finanza climatica alla mitigazione, dall’adattamento alla definizione della Giusta Transizione – saranno nuovamente al centro del confronto politico tra i governi.
La conferenza turca dovrà dimostrare se il sistema negoziale delle Nazioni Unite sarà ancora in grado di produrre decisioni condivise in un contesto internazionale segnato da conflitti, rivalità geopolitiche e crescente pressione economica. Per il momento, Bonn consegna un messaggio chiaro: l’urgenza della crisi climatica continua a scontrarsi con la difficoltà della politica internazionale nel trovare compromessi sufficientemente ambiziosi.
