Un epilogo annunciato, arrivato dopo settimane complesse. Travolto dalle difficoltà e con un governo ormai a pezzi, lunedì mattina il primo ministro britannico Keir Starmer ha rassegnato le dimissioni, ammettendo di aver perso il sostegno dei parlamentari laburisti. Starmer lascerà l’incarico non appena verrà scelto il suo successore alla guida del Labour, una transizione che potrebbe concludersi già a metà luglio. Il sistema parlamentare britannico consente infatti ai partiti di governo di cambiare leader a metà mandato senza indire elezioni nazionali. In pole position per sostituirlo c’è Andy Burnham, 56 anni, ex sindaco Manchester. Le candidature si apriranno il 9 luglio e si chiuderanno il 16. In assenza di concorrenti – anche l’ex ministro della Sanità, Wes Streeting, gli ha promesso appoggio –, Burnham potrebbe diventare premier subito il prossimo mese. In caso di competizione, il successore sarà comunque scelto entro il 1° settembre. “Keir ha reso un servizio immenso al Paese”, ha dichiarato Burnham annunciando la discesa in campo, “la sua decisione segna l’inizio di una transizione ordinata. Mi candiderò all’interno di questo processo”.
Fresco di giuramento alla Camera dei Comuni, dove è stato accolto da un’ovazione dei laburisti, Burnham ha ufficialmente conquistato il seggio per Makerfield. A spingere Starmer alla resa è stata l’ondata di malcontento esplosa dopo i pessimi risultati alle elezioni locali di maggio, culminata con le dimissioni di Streeting da ministro della Sanità e il passo indietro del deputato Josh Simons, che ha lasciato il seggio nel nord-ovest dell’Inghilterra per innescare un’elezione suppletiva e permettere a Burnham di rientrare in Parlamento. Per il politico 56enne, soprannominato il ‘Re del Nord’, un richiamo alla serie tv Game of Thrones, per le sue critiche all’approccio ‘londinese-centrico’ della politica, sembra la volta buona dopo due tentativi falliti.
Eletto per la prima volta alla Camera nel 2001, Burnham è stato sottosegretario con Blair e poi segretario capo del Tesoro, ministro della Cultura e della Salute sotto Gordon Brown. Dopo la sconfitta del Labour nel 2010, si candidò alla leadership del partito arrivando quarto; ci riprovò nel 2015, venendo battuto da Jeremy Corbyn.
Nonostante le critiche di chi lo accusa di essere una “banderuola” mossa dal vento politico, Burnham ha sempre dimostrato una forte capacità di attrarre elettori di ogni schieramento. Sostenitore del ‘Remain’ – ha espresso il desiderio di vedere il Regno Unito rientrare nell’Ue e proprio domani si celebrano i 10 anni del referendum che ha portato all’uscita del Regno Unito dalla Ue -, nel 2017 lasciò Westminster per diventare il primo sindaco di Greater Manchester, vincendo con oltre il 60% dei voti, e fu rieletto con un margine ancora più ampio nel 2021.
A maggio, mentre il Labour crollava a livello nazionale, Burnham ha respinto l’assalto del candidato populista di Reform UK Rob Kenyon, incassando il 55% delle preferenze. Forte della rapida rinascita impressa a Manchester dal 2017, ora Burnham promette di esportare il suo caratteristico ‘Manchesterismo’, cioè la la necessità di sottrarre potere alla capitale per trasferirlo alle regioni locali, su scala nazionale: “Lavorerò per garantire che Makerfield sia sinonimo del cambiamento di cui questo Paese ha bisogno”.
