di Marcello Trento (*)
C’è un tabù che l’economia europea fatica ancora ad affrontare: e se la decrescita demografica non fosse un problema da correggere, ma una transizione da governare? Per decenni abbiamo trattato il calo delle nascite come un’anomalia da invertire con bonus, incentivi fiscali e campagne di sensibilizzazione. I risultati, in Italia come in gran parte dell’Europa e dell’Asia orientale, parlano da soli: nessuna delle misure adottate ha invertito la curva. Forse è il momento di cambiare la domanda, non la risposta.
Il vero problema non è il numero, è la transizione
Un Paese con dieci milioni di abitanti in meno tra cinquant’anni non è di per sé più povero. Lo sarebbe solo se il rapporto tra produttività e popolazione restasse costante. Ma non è così che funziona un’economia in cui la robotica industriale e di servizio, insieme all’intelligenza artificiale applicativa, iniziano a sostituire quote crescenti di lavoro ripetitivo, fisico e cognitivo. Il punto non è quante braccia abbiamo, ma quanto produce ciascuna unità di capitale — umano o meccanico — che mettiamo in campo.
Questo apre uno scenario che vale la pena modellare seriamente: una popolazione più piccola ma sostenuta da un capitale robotico crescente potrebbe mantenere, o persino aumentare, il PIL pro capite. Non è utopia — è aritmetica applicata alla produttività marginale.
Il nodo che nessuno vuole affrontare: il welfare
Qui però lo studio economico incontra il suo limite più duro. I sistemi pensionistici a ripartizione, incluso quello italiano, sono stati costruiti su una piramide demografica espansiva: molti giovani che finanziano pochi anziani. Se questa piramide si inverte, o si passa a un sistema a capitalizzazione, o si introduce una forma di tassazione sulla produttività robotica — un vero e proprio “dividendo automazione” — capace di finanziare un welfare che non dipende più dal numero di contribuenti in età lavorativa. Ignorare questo nodo significa costruire uno scenario economico sulla sabbia.
Il costo nascosto: chi genera l’innovazione?
C’è un secondo fattore che uno studio onesto non può liquidare in una nota a margine. Storicamente, la massa critica demografica ha correlato con il numero di scienziati, imprenditori e inventori che una società produce. Meno persone potrebbe significare meno “outlier” generativi di progresso — a meno che l’intelligenza artificiale non inizi a compensare anche questa funzione, aiutando a generare innovazione con popolazioni più contenute. È una scommessa, non una certezza, ed è bene trattarla come tale.
Un vincolo che la geopolitica non perdona
C’è infine una dimensione che l’economia da sola non racconta: il potere. Popolazione significa massa militare, mercato interno, peso negoziale nei tavoli internazionali. Una decrescita demografica europea in un mondo dove altre aree del pianeta continuano a crescere sposta gli equilibri di lungo periodo. Qualunque politica di decrescita governata dovrebbe essere pensata insieme a una strategia di autonomia tecnologica e produttiva, non come una scelta isolata.
Il precetto e la sua origine
Vale la pena una riflessione, laica, su un elemento culturale che pesa più di quanto si ammetta nei dibattiti pubblici. “Crescete e moltiplicatevi” nasce in un contesto preciso: popolazioni ridotte, altissima mortalità infantile, sopravvivenza del gruppo dipendente dalla natalità, territori percepiti come vuoti da abitare. È un imperativo di sopravvivenza codificato in forma sacra — uno schema che ritroviamo, con varianti, in molte tradizioni religiose, non solo abramitiche.
Sul piano sociologico, e non teologico, è un dato osservabile che le istituzioni religiose organizzate abbiano un interesse strutturale nella crescita demografica: più fedeli significa più risorse, più continuità, più influenza. Questo non rende il precetto meno autentico per chi lo vive nella fede — ma aiuta a spiegare perché il tema della natalità resti così carico di implicazioni culturali e politiche, ben oltre la pura contabilità economica.
Governare, non subire
Una politica di decrescita demografica seria non è un atto di rassegnazione, ma un esercizio di pianificazione: riforma previdenziale legata alla produttività e non solo al numero di contribuenti, investimento massiccio in automazione dove il lavoro umano si riduce, e una strategia che tenga insieme il piano economico con quello geopolitico e culturale. Il mondo che verrà avrà probabilmente meno persone. La domanda non è se accettarlo, ma se sapremo costruirlo.
(*) Presidente Ente Nazionale Energie Rinnovabili
