Presenta uno dei più alti tassi di invecchiamento tra tutte le comunità di migranti in Italia. Per due terzi donne, alle spalle una vita nel lavoro domestico, preferiscono restare in Italia ma spesso si ritrovano soli e senza risorse per una vita autonoma. Un progetto di co-housing potrebbe aiutarli
di Antonio Ricci*
C’è una storia che i dati sull’immigrazione raccontano raramente, sepolta com’è sotto il fragore dei flussi in arrivo, delle politiche di controllo, dei numeri dei richiedenti asilo. È la storia silenziosa di chi è rimasto. Di chi è arrivato giovane, ha lavorato per decenni, ha pagato i contributi, ha cresciuto i figli in Italia e ora invecchia qui. Non è una storia di emergenza. È una storia di insediamento strutturale, che merita di essere letta come tale.
I dati Eurostat lo dicono con chiarezza: la quota di stranieri residenti in Italia con più di 65 anni è cresciuta in modo costante e significativo nel corso degli ultimi vent’anni. Nel 2005 appena il 2,4% della popolazione straniera aveva superato la soglia anagrafica della vecchiaia; nel 2015 la percentuale era salita al 3,0%; nel 2025 ha raggiunto il 6,6%. Non è un’esplosione, ma è una tendenza inequivocabile, che pesa ormai su oltre 350.000 persone. Quasi due terzi degli anziani stranieri oggi in Italia sono donne – un dato che non sorprende, considerato il profilo femminile di molte filiere migratorie storiche – ma la crescita riguarda tutti i generi e tutte le nazionalità.
Il confronto con la popolazione italiana accentua il quadro. Gli italiani over 65 rappresentano già oltre il 26% della popolazione residente, una delle percentuali più elevate al mondo. Gli stranieri anziani rimangono una quota minoritaria del totale, ma la loro traiettoria di crescita è molto più rapida: in vent’anni la loro incidenza è più che raddoppiata, mentre quella degli italiani è cresciuta di circa sei punti percentuali. Siamo all’alba di un fenomeno demografico che nei prossimi decenni ridisegnerà profondamente il profilo dei sistemi di welfare, di cura e di previdenza.
Invisibili finché lavorano, invisibili quando rimangono
Tra le comunità immigrate presenti in Italia, quella filippina costituisce un caso studio di particolare interesse. Non è la più numerosa: al 2025 conta circa 153.000 residenti, collocandosi al nono posto tra le principali collettività straniere presenti nel Paese. Ma la sua traiettoria demografica è tra le più pronunciate e la sua storia sociale tra le più rivelatrici dei meccanismi dell’invecchiamento migratorio.
I dati parlano da soli. Nel 2005 la quota di over 65 tra i filippini residenti in Italia era appena l’1,1%, addirittura inferiore alla media degli stranieri (2,4%). Nel 2015 era già salita al 3,2%, in linea con la media straniera (3,0%). Nel 2025 ha raggiunto il 10,3%, superando nettamente la media complessiva degli stranieri (6,6%) e avvicinandosi in modo sorprendente alla soglia degli italiani (26,6%). Quasi 16.000 persone, su una comunità di poco più di 153.000.
Colpisce anche il dato di genere: tra i filippini anziani le donne sono il 68,5% del totale. Non è casuale. È lo specchio di una storia migratoria costruita prevalentemente al femminile, nel segno del lavoro domestico e di cura (badanti, colf, assistenti familiari) che per decenni hanno reso possibile la vita quotidiana di milioni di famiglie italiane, spesso rimanendo nell’ombra, fuori dall’inquadratura pubblica.
La comunità filippina è, in questo senso, una delle meno “visibili” del panorama migratorio italiano. Non produce imprenditorialità diffusa, non occupa spazi pubblici in modo riconoscibile, non genera dibattito mediatico. Lavora. Lavora nelle case altrui, spesso ventiquattr’ore su ventiquattro, con turni che nessun contratto di lavoro ordinario consentirebbe. E lo fa con una fedeltà al contesto lavorativo e relazionale che ha pochi paragoni.
Ma quando arriva il momento della pensione – o più spesso il momento in cui le forze cedono, in cui il corpo non regge più il ritmo del lavoro domestico – emerge una scelta che sfida molti luoghi comuni sull’immigrazione come fenomeno transitorio. Una quota crescente di filippini anziani sceglie di restare in Italia. Non torna nel paese d’origine come molti immaginavano facessero i lavoratori immigrati una volta esaurita la funzione economica. Rimane. E chiede al sistema di welfare italiano di essere riconosciuta come parte del corpo sociale che ha contribuito a sostenere.
Invecchiare insieme: una sfida di sistema
Questo passaggio – dall’immigrato come forza lavoro attiva all’immigrato come anziano residente – è una delle transizioni più silenziose e più cariche di conseguenze della storia migratoria italiana. Il welfare state italiano, già sotto pressione per il progressivo invecchiamento della propria popolazione autoctona, si trova a dover ripensare categorie, strumenti e risorse alla luce di una realtà nuova.
Gli stranieri che invecchiano in Italia non sono (solo) un costo: sono persone che hanno contribuito per decenni al sistema previdenziale, che hanno versato tasse e contributi, che hanno mantenuto in funzione servizi – dall’assistenza agli anziani alla cura dei bambini – che senza il loro contributo sarebbero ricaduti sullo Stato, con costi sensibilmente maggiori. Il lavoro di cura delle donne filippine, per fare un solo esempio, ha reso possibile la partecipazione al mercato del lavoro di molte donne italiane, ha alleggerito il sistema sanitario di pressioni che altrimenti sarebbero ricadute su di esso, ha consentito a molti anziani italiani di restare nelle proprie case piuttosto che istituzionalizzarsi.
Riconoscere questo contributo significa anche riconoscere che chi lo ha prestato ha diritto a invecchiare con dignità, con accesso ai servizi, con tutele previdenziali adeguate. Il rischio, altrimenti, è che la stessa logica che ha reso invisibile il lavoro di cura degli immigrati torni a renderli invisibili nell’anzianità: questa volta non come risorsa sfruttata, ma come costo rimosso.
I dati Eurostat disegnano una traiettoria chiara. Gli immigrati non sono “di passaggio”. Invecchiano tra noi, e sempre più scelgono di invecchiare con noi. È tempo che le politiche sociali, le istituzioni locali e il sistema previdenziale prendano atto di questa realtà e smettano di trattarla come un’anomalia da gestire. È la normalità demografica del paese che l’Italia è diventata.
Da dove nasce questa riflessione
Questa attenzione specifica alla comunità filippina, e all’invecchiamento come fase ancora largamente invisibile del ciclo migratorio, nasce da una conversazione avuta con Romulo Salvador, un ex consigliere aggiunto del Comune di Roma di origine filippina. Da tempo questa persona sta lavorando a un progetto di co-housing pensato per gli anziani della propria comunità d’origine.
Le motivazioni che sono emerse da quella discussione meritano di essere riportate, perché illuminano in modo diretto i nodi che i dati, da soli, possono appena suggerire: «Tutto è partito da una constatazione molto semplice: tanti nostri connazionali anziani, dopo una vita trascorsa a lavorare nelle famiglie italiane, spesso in condizioni di forte isolamento, arrivano alla pensione trovandosi soli. Per anni hanno vissuto quasi esclusivamente dentro la casa dei datori di lavoro, “ventiquattr’ore su ventiquattro in famiglia”, come diciamo noi, senza avere molte occasioni per costruire relazioni, amicizie o una vera rete sociale. A quel punto molti si trovano di fronte a una scelta difficile: tornare nelle Filippine oppure restare in Italia. In realtà, per diverse ragioni, molti non vogliono rientrare. Alcuni hanno costruito qui la loro vita e i loro legami affettivi, altri hanno figli o parenti in Italia, altri ancora temono di non riuscire più a reinserirsi in un Paese che hanno lasciato decenni prima e che nel frattempo è profondamente cambiato. Quando smettono di lavorare, però, scoprono di non avere né una pensione sufficiente per vivere autonomamente né un contesto che possa sostenerli. Il progetto di co-housing nasce proprio da qui. Da una parte offre una soluzione abitativa economicamente accessibile a chi deve vivere con una pensione minima o con l’assegno sociale; dall’altra crea uno spazio comunitario dove le persone possono ritrovare la propria lingua, il proprio cibo, le tradizioni religiose e, soprattutto, quelle relazioni umane che durante gli anni di lavoro spesso non hanno avuto il tempo o la possibilità di coltivare».
Quello di Romulo Salvador è un progetto che nasce dal basso, dalla conoscenza diretta delle traiettorie di vita di una comunità, ma che pone una domanda che riguarda l’intero sistema di welfare italiano: chi si occuperà dell’invecchiamento di una popolazione straniera che cresce più rapidamente, in proporzione, di quella italiana, e che lo fa partendo da condizioni di maggiore fragilità economica e sociale? La risposta non può essere lasciata solo all’iniziativa comunitaria, per quanto preziosa. Richiede che le istituzioni – nazionali e locali – comincino a considerare l’invecchiamento degli immigrati non come un’eccezione residuale, ma come una componente ordinaria e crescente della programmazione sociale, abitativa e sanitaria dei prossimi decenni.
* Ricercatore e vicepresidente di IDOS
