di Loredana Vaccarotti
C’è un momento, nella storia contemporanea, in cui la politica smette di essere politica e diventa intrattenimento del sabato sera. Quel momento, di solito, coincide con Trump che apre la bocca.
Ora, non si sa bene cosa stia combinando in queste settimane: un giorno annuncia, un giorno smentisce, un giorno rilancia, un giorno richiude tutto come se fosse la busta di Maria De Filippi a C’è Posta per Te. La apre con solennità, la richiude con sospetto, la riapre con un colpo di scena, poi la richiude perché “non è il momento”. E noi lì, come il pubblico, a chiederci: “Ma chi c’è dietro la busta? La geopolitica? Un tweet? O semplicemente un’altra giornata storta?”
Trump è così: un format televisivo ambulante. Ha la stessa imprevedibilità di un televoto, la stessa grammatica di un post Facebook scritto di fretta, e la stessa delicatezza diplomatica di un parente che a Natale dice “io parlo chiaro”.
Eppure, bisogna riconoscerlo: ha un talento naturale per la gaffe spettacolare. Non la gaffe normale, quella che fanno i politici quando sbagliano un nome o una data. No. La gaffe trumpiana è coreografica, con luci, effetti speciali, e un pubblico che non sa se ridere, preoccuparsi o chiamare un regista.
Ricordiamo tutti quando confondeva luoghi, persone, eventi storici, come se la realtà fosse un puzzle montato male. O quando annunciava decisioni epocali con la stessa serietà con cui si presenta un nuovo gusto di gelato. O quando spiegava questioni internazionali come se fossero la trama di una soap opera: “Lui ha detto questo, lei ha fatto quello, io ho risposto così, e ora vediamo cosa succede nella prossima puntata.”
E poi c’è il rapporto con i documenti, le carte, le dichiarazioni: sempre quel gesto, quel modo di maneggiare fogli come se fossero bigliettini di Sanremo, pronti a rivelare il vincitore del mondo. Solo che il mondo, spesso, non è d’accordo.
In tutto questo, il calcio – quello vero, quello che vince sul campo – sembra un universo parallelo di normalità. Mentre le squadre sudano, corrono, sbagliano, segnano, Trump continua a giocare la sua partita personale, dove il pallone è un microfono e il campo è un palcoscenico. E ogni tanto, inevitabilmente, inciampa. Ma lo fa con tale convinzione che quasi sembra parte della strategia.
Dana osserva, annota, sorride. E conclude:
“La politica è diventata un talent show. E Trump, nel bene e nel male, è il
concorrente che non puoi eliminare perché fa troppo share.”
