di Laura Carcano (*)
Banco Bpm, dopo avere comunicato la settimana scorsa la rinuncia alla fusione con Mps, alza il velo sul primo semestre con un utile netto oltre 1 miliardo, in crescita del 7% rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso. Archiviato definitivamente il dossier Siena, in seguito all’opas di Intesa Sanpaolo su Montepaschi, il banchiere di Piazza Meda ha spiegato in call conference con gli analisti che lo stop al dialogo con la banca timonata dal ceo Luigi Lovaglio è stato deciso “solo dal cda e all’unanimità” e non, come secondo le “speculazioni” giornalistiche, dal socio Crédit Agricole, argomentando che i limiti di tempo non consentivano di portare avanti in agosto o settembre un’operazione che sarebbe arrivata prima dell’offerta pubblica di Ca’ de Sass. Nel presentare i conti del semestre, che mostra ricavi più diversificati, costi sotto controllo e qualità del credito record, Bpm ha annunciato anche di avere alzato l’obiettivo di distribuzione ai soci al 2027 da 6 a 7 miliardi.
Il Banco ha rivisto al rialzo la guidance 2026 con un utile netto full year atteso a oltre 1,95 miliardi. Castagna ha sottolineato la “profittabilità record” e “utile netto adjusted record di 1.076,5 milioni”, “migliorando il mix di ricavi” e una qualità record degli asset e che è stato “generato un capitale record, il che ci ha permesso di avere un coefficiente Common Equity Tier 1 del 14,40%, 140 punti base in più rispetto alla soglia minima prevista e di 240 punti base in più dalla fine del 2024”. Il ceo rivendica un “secondo trimestre che è stato davvero fantastico”. La nuova guidance sull’utile netto 2026 vede Piazza Meda in anticipo rispetto al percorso verso il target di 2,15 miliardi previsto per il 2027. Il management prevede un dividendo interim aumentato a circa 750 milioni di euro, pari a 0,50 euro per azione. Il dividendo per azione 2026 sale ad almeno 1,00 euro, rispetto alla precedente guidance di circa 1,00. Il nuovo target cumulato di distribuzione 2024-2027 è incrementato a circa 7 miliardi, rispetto ai 6 miliardi previsti in precedenza, grazie all’incremento degli utili distribuibili e all’ampia disponibilità di capitale.
Ma oltre ai numeri, alla call di Bpm protagonista non poteva non essere il tema del consolidamento bancario con le sollecitazioni degli analisti al ceo. Castagna ha confermato che una fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia rappresenta un’opzione concreta, presente sul tavolo da almeno due o quattro anni, in coincidenza con l’ingresso del gruppo francese nel capitale dell’istituto di Piazza Meda. Il banchiere della ex popolare di Milano ha spiegato che la banca esaminerà questa potenziale opportunità per valutare se possa concretizzarsi nell’interesse di tutti gli azionisti, evidenziando come, da un punto di vista industriale, l’operazione rappresenterebbe una fusione solida. Castagna ha tuttavia ribadito la necessità di trovare una soluzione che soddisfi tutti i soci affinché la transazione possa materializzarsi. E non ha commentato un eventuale posizionamento del governo italiano sul dossier, limitandosi a ricordare che ci sono regole e opportunità da rispettare al di fuori delle proprie dirette facoltà decisionali.
E intanto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tornato sull’ipotesi di un’Accelerated Bookbuild per la vendita della partecipazione pubblica in Mps prima dell’avvio dell’offerta pubblica di acquisto e scambio di Intesa Sanpaolo. E ai cronisti che lo interpellano ha risposto: “Noi avevamo programmato l’Abb prima che partisse l’offerta, ora ci comporteremo in modo da non creare problemi a nessuno, non vogliamo interferire”. Ma a giugno il titolare del Mef aveva detto che l’Abb sarebbe stata “una delle soluzioni migliori” per ridurre la partecipazione in Rocca Salimbeni, aggiungendo che la tempistica avrebbe dovuto essere decisa in linea con una posizione di neutralità dichiarata dall’esecutivo sul consolidamento del settore bancario.
(*) La Presse
