La guerra di Trump

Medio Oriente: “Asse della resistenza iraniana” e alleanze complementari, Pakistan, Turchia, Arabia Saudita

di Fabio Marco Fabbri (*)

 

L’Asse della Resistenza organizzazione creata dall’Iran, insieme alla Mezza luna sciita, nata per combattere Israele, e parzialmente annichilita dagli “eventi mediorientali”, ora riprende respiro tramite le milizie sciite iraniane ed un rafforzato “protagonismo militare” degli Houthi yemeniti, sciiti. La Mezza luna sciita è una organizzazione che raccoglieva i paesi che rappresentavano la confessione sciita, quindi di matrice iraniana,  a cui si legava la Siria –con la peculiarità alawita a cui appartiene l’ex famiglia regnate degli Assad-, le milizie sciite iraniane e siriane, gli Houthi yemeniti ed Hezbollah libanesi, sciiti. L’Asse della resistenza era composto dagli stessi Paesi in più la realtà sunnita di Hamas operante nella Striscia di Gaza, composta dai terroristi che hanno goduto, oltre che dei finanziamenti e delle strategie terroristiche iraniane, anche delle sovvenzioni del Qatar ed altre serpeggianti organizzazioni come quella dei Fratelli musulmani (1928), nata sulla ideologia degli egiziani Sayyid Qutb e Ḥasan al-Banna, e stanziati i Qatar ed in Turchia. Finanziamenti e strategie che hanno permesso ad Hamas di colpire pesantemente Israele il 7 ottobre 2023.

Quindi dopo la deposizione, dicembre 2024, del regime siriano di Bashar al-Assad, e la contrazione del partito armato libanese degli Hezbollah, decapitato dei suoi massimi leader dalle azioni di Israele, il mutilato Asse della resistenza accenna ad una riorganizzazione spingendo gli Houthi yemeniti e le milizie irachene ad assumere una “visibilità bellica” maggiore in modo da offrire al regime degli Ayatollah-Pasdaran, riesumato nell’immagine dalla disorientata azione militare voluta da Donald Trump, dei punti di proiezione contro Israele ed anche contro gli Stati Uniti nel Golfo Persico e nel Mar Rosso, in particolare area dello stretto di Bab al-Mandeb.

In questo contesto quella che definii “la seconda questione Orientale”, si arricchisce di scenari sempre in evoluzione, dove le alleanze si intrecciano e dove casualmente si scorgono cooperazioni militari non chiaramente percepibili. Il caso si è palesato a fine luglio quando aerei da combattimento sauditi e statunitensi, in cooperazione, hanno colpito in Iraq le milizie sciite filo-iraniane in risposta ad attacchi contro impianti petroliferi sauditi dei quali si erano dichiarati artefici. In questa azione è emerso un fattore fino a quel momento non particolarmente considerato, ovvero che in Iraq insieme alle milizie sciite irachene, erano stati eliminati combattenti Houthi yemeniti sostenuti militarmente da Teheran e anche membri delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, l’esercito ideologico della Repubblica Islamica, tutti e tre i gruppi sono componenti dell’Asse della resistenza. Tale aggregazione conferma che la rete iraniana dell’”Asse” è ancora attiva, e che questi gruppi sono ora i pilastri della strategia regionale iraniana, e che sono operativi nello stesso scenario bellico. Gli attacchi della aggregazione sciita filo-iraniana sono stati effettuati con droni che hanno colpito alcune raffinerie saudite, ma il fattore da considerare è che le milizie sciite irachene fanno parte delle Forze di Mobilitazione Popolare, un raggruppamento di milizie sciite organico alle forze di sicurezza irachene, ma che rappresentano la componente militarmente e per numero più potente, quindi in grado di orientare azioni in un contesto militare non esclusivamente composto da sciiti.

Una azione, quella saudita-statunitense nel territorio iracheno, che anche se può non sorprendere, visto l’effervescente scenario geostrategico che modifica quasi quotidianamente obiettivi, strategie e “pesi” nel Medio e Vicino oriente, rappresenta comunque una operazione militare, nel complesso, senza precedenti. Infatti per la prima volta Riyadh e Washington si dichiarano ufficialmente artefici di avere concorso ad una manovra militare contro milizie, considerate, terroristiche, filo-iraniane in Iraq. Una azione che intanto ha momentaneamente bloccato altre iniziative della stessa matrice, tanto è che Washington ha sostenuto che questi gruppi avevano programmato ulteriori attacchi contro le basi petrolifere saudite e le forze statunitensi dislocate sulla Penisola araba.

Una coincidenza che a questa azione abbia fatto seguito, il 7 agosto, la sigla di un accordo, anche questo inedito, tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan? Un patto che stabilisce che un attacco contro uno dei tre Stati firmatari sarà considerato una aggressione contro tutti e tre i Paesi. Un accordo che nuovamente manipola alleanze ed equilibri nell’ambito della sicurezza nel Medio Oriente; questo chiaramente indirizzato all’Iran che con i suoi missili balistici e droni facilmente colpisce e può colpire l’area saudita.

Così l’Asse della resistenza di matrice iraniana trova anche sul suo percorso offensivo un nuovo “asse” del quale deve tenere conto, composto da Paesi musulmani con capacità militari ed economiche complementari: l’Arabia Saudita è il maggiore esportatore di petrolio al mondo e la  massima potenza economica del Golfo; la Turchia è dotata del secondo esercito più consistente della Nato, sia numericamente che sotto l’aspetto degli armamenti; ed il Pakistan “vanta” il possesso della bomba atomica, una unicità nel mondo musulmano.

Verosimilmente quel collasso che veniva pronosticato al regime iraniano, soprattutto nelle illusorie ipotesi trumpiane, dopo l’attacco israelo-statunitense di febbraio, non essendo verificatosi, ha dato luce inaspettata al regime semi teocratico dei Pasdaran e Ayatollah, ormai pregno di una apparente autostima che gli permette di dettare legge sullo stretto di Hormuz, di affermare che tregua sarà se gli Usa accetteranno quanto imposto da Teheran, e di riorganizzare l’Asse della resistenza attorno alle milizie irachene filo-iraniane ed agli Houthi autori delle insicurezze dei flussi nello stretto di Bab –El-Mandeb. Proprio gli yemeniti Houthi, già sotto pressione di Israele, Stati Uniti, e dal 2015 Arabia Saudita, potrebbero essere il prossimo obiettivo del potente Asse Riad, Ankara, Islamabad.

(*) Giornalista e docente universitario

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