La guerra di Trump

Bab el-Mandeb e la guerra dei costi: perché la geografia non basta più

 

di Giuliano Longo (*)

​L’avanzata degli Houthi con la presa di Mokha e la spinta verso lo stretto di Bab el-Mandeb è stata descritta da molte testate internazionali come un punto di svolta decisivo nel conflitto mediorientale.

 

Tuttavia, un’analisi approfondita della geografia e della logistica marittima rivela una realtà ben diversa e assai più complessa.

​In primo luogo, occorre scindere il controllo del territorio dalla capacità di bloccare una rotta commerciale.

 

Bab el-Mandeb e Mokha distano oltre 70 chilometri; guadagnare terreno sulla costa non equivale ad acquisire le chiavi dello stretto, specialmente quando il controllo delle isole chiave (come Mayun e l’arcipelago di Hanish) rimane incerto e conteso. Inoltre, i dati mostrano che il traffico marittimo nella zona era già crollato di oltre la metà negli ultimi due anni, molto prima degli ultimi sviluppi tattici.

 

Questo dimostra che uno stretto commerciale non viene “chiuso” dalle batterie di artiglieria o dall’occupazione di un porto, bensì dai calcoli degli armatori, dai premi assicurativi e dall’aumento dei noli.

 

Gli Houthi non hanno ottenuto il controllo fisico della navigazione, ma la capacità di generare incertezza e far lievitare i costi, costringendo le navi a circumnavigare l’Africa.

​Sullo sfondo di questo scenario, la rete delle alleanze internazionali mostra forti fragilità.

 

L’Accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan stenta a tradursi in un intervento militare diretto per timore di un’escalation con l’Iran, mentre grandi potenze come Cina e Russia mantengono una posizione neutrale e pragmatica, privilegiando la sicurezza complessiva delle rotte commerciali globali rispetto a chi ne detenga il controllo locale.

​In definitiva, quanto accaduto a Mokha non rappresenta un salto qualitativo, ma l’espansione di una dinamica già in atto

 

. Si profilano ora tre scenari futuri: un “congelamento” con una guerra di logoramento e rotte commerciali permanentemente costose;

 

un’escalation militare guidata dalla coalizione saudita per riconquistare la costa; oppure un accordo pragmatico informale guidato dalle diplomazie internazionali per garantire un corridoio sicuro.

 

La vicenda lascia aperto un interrogativo di fondo: se il potere in una guerra moderna si misura sulla capacità di rendere una rotta economica troppo rischiosa piuttosto che sul dominio della terraferma, definire il concetto stesso di “vittoria” diventa quasi impossibile.

(*) Analista geo-politico ed esperto di relazioni internazionali

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