di Giuliano Longo (*)
Nel mirino di Teheran finiscono Kuwait ed Emirati: una mossa dettata da calcoli balistici, vulnerabilità economiche e dalla volontà di mandare in tilt la retrovia occidentale. I cieli del Golfo Persico non sono mai stati così affollati e vulnerabili. Quando le traiettorie dei droni e dei missili iraniani si allungano verso i territori del Kuwait o degli Emirati Arabi Uniti, la domanda sorge spontanea: perché concentrare il fuoco su Paesi arabi invece di puntare l’intero arsenale direttamente contro le navi statunitensi o il cuore di Israele?
La risposta non va cercata solo nella balistica, ma nella logica fredda e spietata della guerra asimmetrica.
Per l’Iran, colpire le monarchie del Golfo significa attaccare il sistema operativo dell’influenza americana nella regione. Kuwait ed Emirati non sono semplici spettatori geografici: ospitano infrastrutture chiave, centri di comando logistico e basi aeree da cui dipende la proiezione di potenza di Washington.
Colpire questi territori equivale a colpire la retrovia degli Stati Uniti. L’obiettivo strategico di Teheran è chiaro: alzare a dismisura il prezzo della presenza americana, dimostrando agli alleati locali che l’ombrello protettivo a stelle e strisce è bucato.
C’è poi una questione puramente militare di costi e benefici. Le navi da guerra americane e il territorio israeliano sono protetti da bolle difensive tra le più sofisticate al mondo, dal sistema Aegis all’Iron Dome. Penetrare queste barriere richiede uno sforzo bellico enorme e garantisce un tasso di successo ridotto.
Le infrastrutture civili, energetiche e finanziarie dei Paesi del Golfo, pur dotate di sistemi antimissile, presentano una superficie d’attacco smisurata e molto più difficile da blindare completamente. Per l’Iran, un drone che colpisce un hub logistico ad Abu Dhabi o un impianto petrolifero kuwaitiano garantisce un impatto mediatico ed economico sproporzionatamente alto rispetto all’investimento fatto.
Attaccare gli Emirati significa anche mirare al cuore del modello economico della regione. Dubai e Abu Dhabi hanno costruito la propria fortuna sull’immagine di oasi sicure, hub finanziari e turistici globali immersi in un vicinato turbolento.
Bastano pochi allarmi aerei per incrinare questa narrazione, far schizzare alle stelle i premi assicurativi sui trasporti marittimi e provocare scossoni immediati sui mercati energetici mondiali.
Infine, c’est il messaggio politico diretto agli Accordi di Abramo e alla geopolitica araba. Teheran vuole mostrare alle cancellerie della regione che la normalizzazione dei rapporti con Israele o la concessione del proprio suolo per le esigenze tattiche degli Stati Uniti non porta stabilità, ma attira la guerra in casa.
È una strategia di coercizione pura: spingere i governi del Golfo a fare pressione su Washington per frenare l’escalation, trasformando gli alleati dell’America nei suoi primi avvocati della de-escalation.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
