di Nino Galloni (*)
I dazi decisi da Trump spaventano più i leader politici che i mercati e la paura è una pessima consigliera: le reazioni previste, infatti, manifestano soprattutto l’incapacità a decodificare le mire strategiche del governo Usa.
Sarebbe, infatti, molto meglio compiere un passettino indietro e comprendere che, nel recente passato – soprattutto dopo lo sganciamento ufficiale del dollaro dall’ oro più di mezzo secolo fa – gli Usa sono passati a dominare il mondo come debitori: stampavano mezzi monetari, imposti anche con la forza; e accettavano di aumentare le proprie importazioni di materie prime e prodotti finiti per aiutare i propri alleati.
Questo aiuto – controbilanciato dall’ egemonia politico militare – ha fatto molto comodo ai Paesi esportatori che hanno visto aumentare, in un primo momento, occupazione e salari; successivamente essi hanno visto aumentare il proprio peso economico finanziario a scapito di occupazione e salari; ma questo è dipeso più dalle scelte degli alleati stessi e meno dai diretti interessi americani.
Negli Usa, invece, occupazione e salari sono diminuiti, fino a Trump, in concomitanza con il peggioramento del debito Usa, sia interno (trainato dalle spese militari sempre meno efficaci per far crescere il pil), sia – appunto – estero.
Con il ridimensionamento della potenza Usa, MAGA (Make America Great Again) può venir interpretata in due modi: come disperato tentativo di resistere all’ emergere di altre forze (Brics e non solo); come inaugurazione di un processo di minori aiuti agli alleati e di puntare di più sullo sviluppo interno.
Siccome prevarrà la seconda interpretazione, i Paesi – sviluppati o da sviluppare – dovranno puntare di più sulla domanda interna e lasciarsi alle spalle la disgraziata era liberista che ha reso ricchi solo i magnati della finanza.
Il vero obiettivo di Trump è una svalutazione del dollaro che minimizzi l’aspetto politico di ciò e massimizzi quello economico: in altri termini Trump vuole sostituire importazioni per far crescere redditi e occupazione interni.
Così mette in difficoltà gli oligarchi europei e risparmia quelli non europei che già puntano allo sviluppo della domanda interna.
Trump rischia di rilanciare l’economia reale a scapito di quella finanziaria, ma sa benissimo che una svalutazione sostenibile del dollaro deriverà solo da un accordo internazionale che dovrebbe riguardare Cina, Russia e India se accetteranno un quadro di minori esportazioni verso gli Usa e di ridimensionamento delle loro riserve valutarie in dollari.
Al momento, da tutto ciò è fuori l’unione europea, incapace di traguardare strategie più ambiziose verso Sud e verso Est; per ora, infatti, si pensa alle armi e ad altre ottusità invece di guardare a un futuro sostenibile, con adeguato sviluppo dell’Africa e cooperazione con la Russia.
(*) Economista e Saggista
aggiornamento Dazi ore 14.33
