di Giuliano Longo
La recente visita del presidente francese Macron a Pechino ha fatto uscire dai gangheri molti commentatori occidentali per il semplice fatto di aver ribadito l'”autonomia strategica” della Francia, che rifiuta le politiche statunitensi intese a dissuadere l’esercito cinese dall’invasione di Taiwan. Quando ha firmato nuovi accordi commerciali con Pechino, Macron si è ben guardato dal criticare la Cina sul problema dei diritti umani strombazzata da Washington che vorrebbe creare “un club di paesi democratici”.Tuttavia, la retorica di Macron deve essere compresa anche all’interno di una lunga storia di voler essere una potenza globale indipendente che marcia secondo proprie strategie. Una linea che contrasta non solo con altre ex potenze imperiali come la Spagna o l’Olanda, ma anche con il Regno Unito, supinamente sdraiato sull’alleanza transatlantica con gli Stati Uniti, un rapporto visto con diffidenza da Parigi.
Il rifiuto della Francia di venir considerata come un partner minore nelle alleanze internazionali, si manifestò già ne 1967 quando De Gaulle ritirò le sue forze dal comando della NATO,una politica non completamente abbandonata tanto che Parigi ha dispiegato armi nucleari strategiche indipendenti, nonostante i frequenti contrasti con gli Stati Uniti. Dissapori che non hanno impedito di collaborare alle campagne militari statunitensi in Libano, Golfo Persico del 1991, Kosovo, Afghanistan, Libia ( quando probabilmente la Francia convinse gli Stati Uniti a entrare in conflitto), e da ultimo la guerra contro l’ISIS in Iraq e Siria, anche se la Francia si rifiutò di sostenere l’invasione dell’Iraq di George W. Bush nel 2003, con una vision strategica tutto sommato realistica visto che quella invasione costò 20 anni di guerra in Afghanistan. Nonostante la sostanziale storia di cooperazione con gli Stati Uniti, i leader francesi si sforzano ancora di rimanere in qualche modo autonomi negli affari globali e di non sembrare un fedele vassallo dell’America First. Ciò è particolarmente vero per Macron, che ha sposato il “grandeur” della Francia, anche nei confronti di una Europa priva del primato tedesco e il cui asse si va spostando a est (Polonia ed ex stati del Patto di Varsavia sovietico) sotto la guida e gli enormi investimenti Usa sul fronte orientale. In questa situazione globale, Macron ha espresso la sua opposizione all’obiettivo della diplomazia statunitense contro la Cina in funzione di un’Europa strategicamente autonoma che non dipenda dalle macchinazioni e dal potere militare di Washington. In pratica, però, non ha stabilito alcun tipo di posizione unitaria con gli europei e soprattutto con gli stati dell’Europa orientale, ormai satelliti USA. Macron ha ereditato molteplici progetti di politica estera destinati a promuovere gli obiettivi della Francia. Uno era la co-leadership dell’Unione europea insieme alla Germania, che si è manifestata anni post-Brexit. Più di recente, la partnership Parigi-Berlino è entrata palesemente in difficoltà, con una Europa ormai incapace di coordinare le politiche al di sopra delle proprie preoccupazioni interne, rendendo gli Stati Uniti l’interlocutore chiave nella crisi ucraina. Nel 2012, il predecessore di Macron, Francois Hollande, avviò un intervento militare i in Maliper fermare l’avanzata dei gruppi Jiadisti che culminò nel poco onorevole ritiro delle truppe francesi. Un altro progetto sfortunato fu l’impegno della Francia nella regione dell’Indo-Pacifico, con accordo per la costruzione di sottomarini a propulsione convenzionale per l’Australia. Ma con l’aumentare dei ritardi e dei costi, Canberra sui sottomarini a propulsione nucleare dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, con grande disappunto di Parigi. Ma al di là di questi palesi insuccessi Macron ha spesso parlato dei suoi rapporti con Putin, offrendo l’impressione che avrebbe mantenuto linee di comunicazione aperte con il Cremlino e quindi avrebbe ragionato con Putin in modo più efficace di Washington. Una linea che Washington tende continuamente a demolire. Ma anche se la Francia ha fornito all’Ucraina sistemi avanzati artiglieria CAESAR, autoblindo AMX-10RC simili a carri armati e sistemi di difesa aerea, ha offerto un contributo militare relativamente basso come quota del PIL nazionale pari al 0,31%, rispetto alla Polonia (0,88 % ma beneficata da pesanti iniezioni di aiuti e dollari) o alla Germania (0,36%). E ancora oggi Macron colloca la Francia come più favorevole alla mediazione per un un cessate il fuoco con la Russia rispetto agli Stati Uniti o ai Britannici.
Ma le relazioni con Mosca hanno un potenziale limitato per cui ora si rivolge ora alla Cina per aprire un percorso indipendente dalla leadership americana e della Germania, che negli ultimi anni è diventata più critica nei confronti di Pechino. L’apertura della Francia al Partito Comunista Cinese precede la riconciliazione Washington-Pechino sotto Nixon, poiché De Gaulle stabilì relazioni diplomatiche nel 1964 e, come gli Stati Uniti, vendette alla Cina tecnologie di difesa fondamentali e missili antiaerei.
Questo nonostante il fatto che Parigi abbia storicamente intrattenuto rapporti cordiali con Taiwan,tanto che negli anni ’90 la Francia ha venduto Taipei 60 caccia Mirage 2000-5 e sei fregate di classe La Fayette nonostante le proteste cinesi.
Tuttavia, gli incentivi politici ed economici hanno finora convinto Pechino che non è nel suo interesse fornire grandi quantità di armi alla Russia, pertanto la strategia di Macron può essere vista come un invito a portare sul tavolo più carote che non bastoni nei confronti di Pechino. Naturalmente (in apparenza) ciascuno degli stati europei potrebbe gestire la propria politica estera come vuole, ma oggi gli stati della UE, presi
individualmente , mancano di influenza internazionale schiacciati dagli interessi statunitensi.
Ma per ora, Macron, consapevole di questi limiti, porta avanti la consolidata tradizione francese del rifiuto di allinearsi supinamente agli interessi di Washington, che, tutto sommato…. ci vuole un bel coraggio..
