di Gino Piacentini
La legge sul “Ripristino della Natura”, approvata dal Parlamento Europeo lo scorso febbraio attraverso un accordo provvisorio, ha subito una brusca quanto inaspettata frenata. La legge fissava l’obiettivo di ripristinare almeno il 20% delle zone terrestri e marine dell’UE entro il 2030 e tutti gli ecosistemi entro il 2050.
Il via libera definitivo, che sembrava essere solo una formalità, si è trasformato invece in una situazione di stallo. Infatti lo scorso 25 marzo a Bruxelles si è riunito il Consiglio Ambiente, che ha visto la partecipazione dei ministri dell’Ambiente dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, e che avrebbe dovuto concedere il via libera formale alla legge Ue.
Invece al momento del voto, si è registrato un cambiamento di rotta determinato dalritiro del sostegno da parte di Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Svezia e Polonia, oltre all’astensione di Austria, Belgio e Finlandia. Le ragioni di questo blocco sono state argomentate in parte dalla viceministra italiana dell’Ambiente, Vannia Gava, presente a Bruxelles, che ha sottolineato la necessità di una maggiore riflessione sulla proposta per evitare impatti negativi sul settore agricolo, cruciale per l’economia e la sicurezza alimentare dell’Italia e dell’Unione Europea.
Tuttavia, questa posizione è stata fortemente criticata da ambientalisti e organizzazioni come il Wwf, che hanno evidenziato l’importanza della legge nel rendere più sane le aree verdi UE, fondamentali per la sostenibilità della produzione agricola, attualmente minacciata dal degrado di una percentuale significativa di terreni. Anche la coalizione ambientalista #RestoreNature ha definito la decisione incomprensibile e spaventosa, poiché sacrificando la legge per il ripristino della natura si mette a rischio anche la lotta al cambiamento climatico e il mantenimento della biodiversità.
Dall’altro lato i paesi contrari, esprimono più in generale una certa perplessità anche sulla modalità con la quale si sta attuando la transizione ecologica, considerata spesso troppo repentina e poco attenta alle esigenze economico-sociali. I paesi contrari chiedono sostanzialmente un approccio graduale ed equo, che tenga conto delle istanze sociali non solo degli agricoltori, ma anche di tutte quelle realtà industriali che rischiano di sparire a causa della velocità con la quale viene gestita la transizione ecologica. La Commissione Europea ha sottolineato che l’accordo finale non imporrebbe obblighi diretti agli agricoltori e ha evidenziato il legame tra la preservazione della natura e settori chiave come l’agricoltura, la silvicoltura, il turismo e l’energia, oltre all’industria e al settore finanziario.
Diversi Stati membri, tra cuiGermania, Francia e Spagna, hanno ribadito la loro richiesta per una rapida approvazione della legge, sottolineando le opportunità economiche e ambientali che essa potrebbe portare. Il ministro dell’ambiente irlandese ha chiarito che abbandonare la legge significherebbe abbandonare anche gli agricoltori, sprecando un’opportunità importante.
Tuttavia, nonostante le pressioni e gli appelli per l’adozione rapida della legge, il Consiglio dell’UE rischia di rimanere bloccato, con il rischio concreto di porre il ripristino della natura su un binario morto se una soluzione non sarà trovata entro l’inizio delle prossime elezioni europee.
