di Michele Rutigliano
Con la scomparsa di Pippo Baudo, avvenuta sabato scorso a Roma all’età di 89 anni, si chiude una stagione irripetibile della televisione italiana. Non soltanto un conduttore e un uomo di spettacolo: Baudo è stato un maestro, un costruttore di linguaggi, un acuto e fine interprete dei gusti e delle aspirazioni di milioni di italiani. La sua carriera, cominciata negli anni Sessanta e durata fino ai primi anni Duemila, ha attraversato epoche, generazioni e trasformazioni profonde del Paese. Il segreto del suo successo non risiedeva soltanto nella grande professionalità e nella capacità di “tenere il palco”, ma soprattutto nell’intelligenza con cui sapeva sintonizzarsi con il pubblico. Baudo comprendeva l’Italia che cambiava: le famiglie che si affacciavano al benessere, i giovani che cercavano nuove forme di espressione, il desiderio diffuso di leggerezza ma anche di conoscenza. Fu questa combinazione di intuito, cultura e sensibilità a farne un protagonista assoluto della televisione. In un Paese ancora diviso da fratture sociali, ideologiche e geografiche, la Tv diventò un potente collante nazionale. Se autostrade e migrazioni interne contribuirono a creare una nuova unità, non meno importante fu il ruolo della televisione: e in questo, Pippo Baudo ebbe un merito speciale. Come Mike Bongiorno, che, magistralmente Umberto Eco analizzò nel Diario minimo per il suo impatto antropologico, anche Pippo Baudo rappresentò una figura-simbolo dell’Italia del dopoguerra. Le sue trasmissioni, da Settevoci a Domenica In, dal Festival di Sanremo ad altri grandi eventi, segnarono tappe decisive nel costume nazionale. Era capace di dare spazio sia ai nuovi talenti che ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, trasformando i suoi programmi in veri e propri riti collettivi.
La sua Tv che unì l’Italia
La sua televisione non fu mai superficiale: Baudo amava la cultura e seppe portarla nei salotti delle famiglie italiane con naturalezza, senza pedanterie. Sapeva mescolare alto e basso, popolare e colto, creando un linguaggio universale che arrivava a tutti. Questa sua attitudine lo rese, pur senza mai fare politica attiva, vicino a quel mondo interclassista e moderato che aveva trovato nella Democrazia Cristiana il suo naturale punto di riferimento. Ma l’eredità più grande lasciata da Baudo è forse quella della coesione culturale. In un’Italia segnata da forti squilibri tra Nord e Sud, i suoi programmi contribuirono a unificare il Paese anche dal punto di vista immaginario, dando voce a talenti meridionali e settentrionali, offrendo un palcoscenico comune in cui gli italiani potevano riconoscersi. Oggi, nel saluto commosso di tanti artisti e colleghi, si coglie il segno di una lezione che va oltre la televisione: Pippo Baudo ha insegnato che lo spettacolo può essere anche strumento di crescita, di apertura, di futuro. Un futuro che ha contribuito a costruire scoprendo e lanciando generazioni di talenti, ma soprattutto mostrando che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla qualità. Con la sua scomparsa non perdiamo solo un conduttore, ma un pezzo della nostra storia collettiva. Pippo Baudo rimarrà nella memoria come il simbolo di una Tv capace di unire, di educare e di intrattenere, con quella miscela rara di rigore e leggerezza che è propria dei grandi maestri che hanno segnato profondamente la storia e la cultura del nostro Paese.
