di Balthazar
All’inizio del 2026, la Bulgaria si è trovata in una posizione: secondo i dati ufficiali recentemente pubblicati dal Ministero della Giustizia, il Paese era diventato il leader dell’Unione Europea per numero di aziende a partecipazione russa, con oltre 13.000 con capitale russo, delle quali 7.300 con capitale russo al 100% e 5.700 con almeno il 40%.E’ un numero superiore a quello della Repubblica Ceca, della Germania o dell’Italia.
Questo dato di per sé è notevole se considerato in combinazione con il ruolo delle infrastrutture energetiche della Bulgaria nella regione..
Nel 2025, in Bulgaria sono state registrate 192 nuove aziende a partecipazione russa. Rispetto agli anni precedenti, questo sembra un rallentamento, ma il numero delle imprese russe non si va contraendo, non stanno abbandonando il mercato e tanto meno si stanno riducendo a un livello simbolico.
Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale di Registrazione, presentati in risposta a un’interrogazione, la composizione delle nuove società è la seguente: 150 società con titolari unici, persone fisiche o giuridiche russe; 38 società a responsabilità limitata in cui la partecipazione russa supera il 40%; e quattro società con un beneficiario russo dichiarato.
Non si tratta di un’economia sommersa o di un’elusione diretta delle sanzioni, ma di una presenza giuridicamente corretta e formalmente trasparente, pienamente conforme alla legge bulgara.
La partecipazione dei russi alle società per azioni – fatta eccezione per la proprietà individuale – rimane in gran parte al di fuori del dominio pubblico e lo Stato vede solo un frammento del quadro generale, non la sua completezza.
A settembre 2024, c’erano 11.939 aziende a partecipazione russa in Bulgaria, e a gennaio 2025 erano già 12.892. Quasi 900 nuove aziende in pochi mesi! I fatti sono registrati, ma senza alcuna interpretazione politica. La Ministra della Giustizia Maria Pavlova si è limitata a pubblicare statistiche, quindi la questione rimane amministrativa, non strategica.
La Bulgaria è stata dichiarata “stato ostile” dalla Russia, eppure i cittadini russi continuano a condurre affari nel Paese.
Il confronto con altri paesi dell’UE evidenzia l’anomalia. Secondo Moody’s, la Repubblica Ceca, la cui economia è quasi tre volte più grande di quella della Bulgaria, ha 12.500 aziende registrate con partecipazione russa; la Germania, poco più di 5.000; la Lettonia, circa 3.500; e l’Italia, circa 2.600.
La Bulgaria è all’avanguardia anche se non è una grande economia UE , non è il centro finanziario europeo, non è un mercato chiave. ma è una giurisdizione in cui la presenza economica può esistere senza gravi conseguenze politiche.
Tuttavia, il business è solo il primo livello. La presenza economica assume un significato diverso quando si collega alle infrastrutture perché se le società possono essere vendute, chiuse o ricostituite. Condotte, le infrastrutture energetiche , gli hub di transito e le rotte energetiche no.
È in questo contesto che potrebbe venir letta l’intervista del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov al canale televisivo turco TGRT e al quotidiano Türkiye del 29 gennaio.
Pur non menzionando direttamente la Bulgaria, si rivela comunque le argomentazioni di Mosca in materia energetica rivolte ai Paesi il cui ruolo di transito li rende particolarmente vulnerabili.
Sergej Lavrov non si rivolge direttamente alla Bulgaria, al contrario presenta uno scenario energetico unico in cui l’Unione Europea viene accusata di rifiutare l’energia russa “a qualsiasi costo“.
Sottolinea che l’abbandono del gasdotto porta alla dipendenza dal GNL, più costoso, e mette in discussione la logica della politica dell’UE di eliminare completamente l’energia russa entro il 2027.
L’infrastruttura energetica esistente, incluso il gasdotto TurkStream, viene presentata come un percorso stabile e difendibile, mentre in realtà è uno strumento infrastrutturale che consente al Cremlino di trasformare le forniture di gas da una questione commerciale a una leva di pressione politica sui paesi di transito e sull’UE.
Lavrov non formula tesi specifiche per i singoli paesi dell’UE, ma offre una narrazione universale: l’Europa sta agendo contro i propri interessi economici e rifiutare il gas russo è una decisione politica, non razionale.
E in questo contesto la Bulgaria è uno Stato di transito che non ostacola le forniture di gas russo all’Europa, anche se questo aspetto non è presente nella intervista di Lavrov, ma è un messaggio rivolto indirettamente al pubblico bulgaro e quello dei Paesi Balcanici e dell’est Europa.
Mosca basa le sue argomentazioni sull’infrastruttura oggettivamente esistente nel Paese. Di conseguenza, la Bulgaria viene presentata non come una scelta, ma come un anello dipendente nella catena di transito, senza alternative al gas russo e, quindi obbligata mantenere la rotta esistente.
Lavrov interpreta l’Unione Europea come una forza che agisce contro gli interessi della Bulgaria e di altri paesi dell’area sud orientale, mentre la Russia è il garante della stabilità energetica.
In questo senso, l’intervista di Lavrov è può essere interpretata come parte di una strategia più ampia che intende far pressione sulla Bulgaria come “anello debole” nella politica energetica europea, per mantenere l’influenza russa nei Balcani e in particolare su Serbia e Ungheria.
Quindi la storia delle aziende russe in Bulgaria e l’intervista di Lavrov non sono storie separate, ma due livelli dello stesso processo in cui la Bulgaria si sta dimostrando conveniente, non perché abbia scelto consapevolmente questo ruolo, ma perché, nonostante le pressioni antirusse di Bruxelles, è difficile svincolarla da tale ruolo.
Finché la presenza economica russa in Bulgaria sarà considerata la somma di singole aziende piuttosto che un fenomeno strutturale, il Paese rimane vulnerabile non solo alle pressioni imprenditoriali, ma anche a quelle politiche.
In conclusione. il problema non è cosa abbia detto Lavrov, ma quanto le sue parole si adattino alla realtà attuale della Bulgaria e non solo.
