L’elevata concentrazione di ricina nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, unita all’assenza di un antidoto specifico e alla rapidissima evoluzione del quadro clinico, non consente di affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe potuto evitare la morte delle due donne. È una delle conclusioni contenute nella consulenza medico-legale depositata nei giorni scorsi alla Procura della Repubblica di Larino nell’ambito dell’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella (Campobasso). “Alla luce dell’elevato quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami tossicologici, dell’assenza di antidoto specifico e della rapidità evolutiva del quadro, non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso della paziente”, scrivono i consulenti Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Carlo Alessandro Locatelli e Daniele Merli. La relazione, composta da 838 pagine, conferma che Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara, 15 anni, morirono per un’intossicazione acuta da ricina. Secondo i consulenti, l’esposizione alla tossina sarebbe avvenuta “più probabilmente per via orale” e la comparsa dei primi sintomi nella mattinata del 25 dicembre orienta verso un’assunzione avvenuta “verosimilmente tra il 23 e il 24 dicembre”. L’inchiesta della Procura di Larino prosegue per duplice omicidio aggravato dall’uso del mezzo venefico contro ignoti, mentre resta aperto anche il parallelo fascicolo per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. Proseguono intanto gli accertamenti affidati agli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino e le audizioni di familiari e conoscenti da parte della Squadra Mobile di Campobasso.
