Economia e Lavoro

Codici Ateco – “Nihil sub sole novum”,  niente di nuovo sotto il sole

di Riccardo Bizzarri (*)

Da gennaio era ufficiale da aprile è diventato operativo Il sesso, da sempre regolato da sussurri, moralismi e battute da spogliatoio, adesso ha un codice fiscale. Si chiama 96.99.92: “Servizi di incontro ed eventi simili”. Un numero che, più che un codice ATECO, suona come una password per entrare in un futuro distopico dove il bordello è smart, il piacere è fatturabile, e la prostituzione — finalmente — ha trovato la sua collocazione… nel Registro delle Imprese.

 

L’Istat con l’aggiornamento della classificazione delle attività economiche, ha sistemato una questione che l’Italia si trascinava dietro con l’agilità di un mammut zoppo: la legalità (ma anche l’illegalità regolamentata) del sesso a pagamento. Non chiamatelo più meretricio: ora è “organizzazione di eventi di prostituzione”, magari con catering e fattura elettronica. Per secoli abbiamo costruito castelli morali sul corpo altrui, ma oggi  con un colpo di codice li abbiamo messi a reddito. È la vittoria di Cartesio sul puritanesimo: “Cogito ergo sum” diventa “Fatturo, dunque esisto”.

 

Casanova, maestro di seduzione e precursore della libertà sessuale, avrebbe firmato subito. “Tutto è lecito tra adulti consenzienti”  peccato che nel Settecento mancasse solo il POS. Eppure, anche allora, i bordelli erano regolamentati: a Venezia si affacciavano sul Canal Grande; oggi a Milano potremmo averne uno a due passi da un coworking.

 

La storia ci guarda e ride (amara) Fu Lina Merlin, senatrice socialista, a chiudere le case chiuse con la legge del 1958. Il suo sogno era quello di liberare le donne dallo sfruttamento e restituire dignità al corpo femminile. Oggi, a distanza di 67 anni, ci troviamo di fronte a un cortocircuito:

“Non abbiamo riaperto le case chiuse, le abbiamo solo accatastate come attività economiche autonome.”

Del resto, diceva Voltaire:

“La civiltà si misura da come tratta i suoi matti, i suoi poveri e le sue prostitute.”
Ora possiamo dire di aver fatto un passo avanti. O forse di lato. Con la carta di credito in mano.

Nel 2016, la Cassazione aveva già aperto il varco: chi si prostituisce autonomamente produce reddito, e il reddito,  si sa, va tassato. Lo Stato italiano, da buon genitore severo, ti lascia fare quello che vuoi, purché tu dichiari tutto al commercialista.

Hai un’attività abituale?

Apri la partita IVA.

Lo fai saltuariamente?

Rientri nei redditi diversi.

Sei sfruttato da un terzo? Allora è reato, ma solo per chi ti sfrutta. Tu, intanto, continua a dichiarare, ché l’Agenzia delle Entrate non fa distinzioni morali.

E così, da aprile 2025, chi decide di fare della propria pelle una partita doppia, può finalmente farlo alla luce del sole  o sotto la luce soffusa di una lampada a LED ma con tanto di visura camerale.

Il nuovo welfare si baserà su: sesso, tasse e contributi In un Paese in cui fare impresa è spesso un calvario, paradossalmente oggi è più semplice aprire una casa di appuntamenti che una cooperativa culturale. I locali di prostituzione rientrano ora tra le attività organizzabili, gestibili, e  soprattutto  tassabili.

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… anche se retribuito a ore e con supplemento notturno.”

C’è già chi sogna il bonus piacere e il SuperErotic 90%, con detrazioni per clienti fidelizzati e abbonamenti aziendali. La previdenza sociale potrebbe trovare nuova linfa: perché non far versare i contributi INPS anche agli escort? Finalmente la pensione si conquista con la schiena… ma non più spezzata.

Ma scherzi a parte il dramma si ha quando il confine tra libertà e sfruttamento si assottiglia

Ma non tutto è rosa e profitti. Dietro la patina di modernità, resta il grande interrogativo: è vera libertà, o solo legalizzazione del disagio?

Per ogni persona che sceglie consapevolmente, ce ne sono altre dieci che finiscono lì per necessità, per solitudine, per coercizione invisibile. In un Paese dove il lavoro giovanile è precario, i salari da fame, e il disagio sociale alle stelle aveva ragione Pasolini quando diceva: “Il vero scandalo è l’ipocrisia.”
E in questo, forse, oggi siamo un po’ più onesti. Ma resta una domanda sospesa, che nessun codice ATECO può archiviare: Quando il piacere diventa lavoro, chi gode davvero?

 

(*) Giornalista

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