Economia e Lavoro

Commerzbank-Unicredit. Il sogno europeo del credito e della finanza

Picotti, scalata UniCredit è vittoria di mercato

“La scalata di UniCredit sulla banca tedesca Commerzbank rappresenta una vittoria di mercato dettata anche e soprattutto dal fatto che Berlino non aveva lo scudo del Golden Power”. Questa l’analisi di Luca Picotti, avvocato e saggista, membro dell’Osservatorio Golden Power, interpellato da LaPresse. “La scalata di UniCredit – dice Picotti – è stata costruita con metodo, a partire dalla decisione di lanciare un’offerta pubblica di scambio volontaria finalizzata a superare il 30%, in modo poi da avere forza negoziale per successive trattative. Ed è quanto infatti è accaduto: le adesioni, più le altre posizioni aperte, hanno consentito all’istituto italiano di raggiungere una soglia pari a circa il 50% dei voti, tale da permettere una maggioranza alla prossima assemblea per la nomina di parte del consiglio di sorveglianza. Berlino in qualità di azionista ha deciso legittimamente di non aderire, ma ha dovuto al contempo prendere atto, anche in qualità di interprete della postura politica, di tale mutamento negli assetti di controllo di Commerzbank”. Da qui “l’apertura al dialogo, sebbene con alcune incognite”, sottolinea Picotti. Le indiscrezioni parlano infatti di certe condizioni che il governo tedesco vorrebbe imporre, dal mantenimento dei finanziamenti al tessuto industriale delle Pmi alla quotazione e sede di Francoforte.  “Ebbene – fa notare Picotti – viene da chiedersi su che base un socio minoritario può imporre simili condizioni. Questo anche in ipotesi di condizioni alla cessione del pacchetto a UniCredit, ipotesi che non sembra comunque per ora sul tavolo. Il punto è che tali condizioni appaiono, invero, come le classiche condizioni imperative che un governo pone tramite i poteri speciali delle normative sugli investimenti esteri, come il nostro Golden Power. Sì pensi alle condizioni del governo italiano a UniCredit su Bpm. La logica è quella, così come sono evidenti le preoccupazioni dei governi in questa fase storica in relazione alle operazioni bancarie: il finanziamento alle imprese radicate nella propria geografia giuridica, così come il mantenimento di sedi. La territorialità conta”. Tornando a Commerzbank, l’esperto evidenzia che il punto è che “il governo tedesco non ha a disposizione uno strumento come il nostro Golden Power: sin dal primo momento abbiamo infatti evidenziato che, a differenza di quella italiana, la normativa sugli investimenti esteri tedesca non consente, in linea astratta, interventi in operazioni intra-europee nel settore bancario. Per questo Berlino non è riuscita ad ora a impedire a UniCredit di raggiungere il controllo di Commerzbank. Ed è per questo che ci si chiede come potrà imporre certe condizioni. Un conto sono magari degli impegni, raccomandazioni e trattative in buonafede tra UniCredit e Berlino, sia in qualità di azionista che di interprete della politica. Ma vere e proprie condizioni imperative ad accompagnare la gestione della società possono derivare solo da poteri speciali, che al momento non ci sono”. L’analisi dell’avvocato e saggista è che “per ora è stata una partita privatistica e di mercato, compresa la scelta dello Stato azionista di non aderire. E la prima fase è stata vinta da UniCredit”. “Va da sé – dice Picotti – che questa vicenda insegna quanto sia importante, a seconda della prospettiva ovviamente, avere una normativa disegnata in modo esteso e tale da potersi attivare poi nel concreto. Quella italiana, anche post intervento correttivo del gennaio 2026, permette in ultima istanza l’esercizio di simili poteri speciali”.  L’interrogativo sollevato da Picotti è se si tratti di un “monito per Berlino per rafforzare la propria normativa, o dell’insegnamento di come l’assenza di simile normativa potrà essere una delle ragioni di successo di una grande operazione di integrazione europea”. “Due strade e due prospettive”, conclude Picotti.

Sapelli, ottima operazione Unicredit, senza gruppo europeo nani di fronte banche Usa

“La scalata di Unicredit su Commerzbank mi sembra un’ottima operazione perché si creerebbe una grande banca europea”. Così a LaPresse l’economista Giulio Sapelli, già docente di Storia economica e politica a Milano e in importanti università straniere. “Del resto – fa notare Sapelli – Unicredit ha banche in tutto l’est europeo e ha ormai un gruppo nel centro Europa”. Il modo in cui Commerzbank si è posta in questa operazione per l’economista “disvela l’arroganza tedesca in situazioni come questa. L’amministratore delegato di Commerz, Bettina Orlopp, ha risposto nervosamente, scatenando le reazioni parse quasi aggressive del ceo di Piazza Gae Aulenti Andrea Orcel e dei suoi uomini e delle sue donne. Senza il nervosismo dei tedeschi si poteva fare un’operazione ancor meglio cucinata per un grande gruppo mitteleuropeo, perché Commerz non è più una banca tedesca, ma è una banca mitteleuropea. E se non facciamo dei grandi gruppi europei – come ripetono Mario Draghi ed Enrico Letta – siamo dei nani rispetto alle grandi banche nordamericane. E anche rispetto alle poche e grandi banche inglesi che sono rimaste”. Ora – dice Sapelli- “abbiamo alla guida di Unicredit a condurre questa operazione un manager come Orcel di grandissima capacità, anche se forse troppo remunerato, a capo di una banca di primissimo livello che ha anche la presenza di donne molto brave ai vertici di importanti settori. E allora cosa si vuole di più per fare un grande gruppo mitteleuropeo, guidato da una banca che è una banca italiana e mitteleuropea, quindi una banca europea?”. Per Sapelli, quella di Orcel è “un’operazione pulita e limpida, fatta da un manager fuoriclasse, che più europea di così non si può”. A fare la differenza in questa vicenda di risiko bancario per Sapelli è anche il fatto che in Germania non c’è il golden power. L’assenza dei poteri speciali dello Stato con il golden power è “una cosa molto civile, perché se uno si vuole difendere si difenda, ma non ci si difende perché lo Stato mi difende. Salvo naturalmente che per questioni militari e che contribuiscono alla sicurezza dello Stato, insomma solo per le reti e gli asset strategici. E in questi particolari ambiti avere il golden power come avviene in Italia e’ una scelta civile”. Ma per l’economista “ci sono alcuni beni che non possono essere ‘common goods’ – sottolinea -. E una banca moderna dovrebbe proprio essere la quintessenza del common goods”.

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