Esteri

Con Trump e XI, l’UE ha bisogno al governo di adulti politici e non di temporeggiatori

 

di Balthazar

I leader europei si sono crogiolati in discorsi di principi, superiorità morale contro la giungla attuale dei nazionalismi, mentre crollava il mito della globalizzazione salvificante.

Energia, difesa, tecnologia, logistica, dati, input industriali, piattaforme digitali e mercati di capitali sono stati tutti segnalati da tempo, ma l’Europa non ha accettato il costo della svolta al sistema economico globale  che Trump e Xi Jinping stanno infliggendo

Siamo quindi di fronte a una disfunzione politica che l’Unione Europea ha costruito con un’infinita architettura di consigli, agenzie, strategie, relazioni e piani d’azione, per poi utilizzare tale impalcatura per rinviare le decisioni anziché applicarle.

L’esposizione si è ampliata in modo esponenziale quando la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e i suoi team hanno di fatto sostituito la politica con opportunità fotografiche durante i vertici internazionali.

Il risultato è che Trump si rivolge ai leader europei come un esattore si rivolge a un inadempiente seriale che promette riforme ma non rispetta mai le scadenze ,ridicolizzandoli apertamente con affermazioni quali “Sono deboli… Non stanno facendo un buon lavoro”.

In effetti, due delle scene più degradanti nella storia dell’Atlantico si sono verificate quando Trump ha fatto sedere i leader europei nel suo ufficio  presidenziale  istruendoli come scolari distratti. La seconda è avvenuta quando il Segretario Generale della NATO Mark Rutte si è rivolto al presidente degli Stati Uniti chiamandolo “papà” con un gesto di evidente sottomissione.

Poi Rutte, per non farsi mancare nulla, è comparso al Parlamento europeo avvertendolo “continuate a sognare”, come se l’Europa potesse difendersi senza gli Stati Uniti.

Come ha dimostrato l’episodio della Groenlandia quando la classe politica europea ha manifestato una presunta vittoria perché Trump ha ammorbidito le sue richieste sull’isola danese, il piccolo Rutte si è limitato a balbettare. Mentre l’invio di poche decine di soldati da sette paesi per un’esercitazione di routine, non ha certo a modificato i calcoli di Washington che sulla  Groenlandia ci tornerà, eccome!

Pechino invece sulla UE  esercita pressioni con meno rumore e più pazienza perché  l’Europa è un ottimo cliente, quindi è naturale che vengano accettati gesti simbolici che vengono barattati con moderazione e silenzio, mentre la dipendenza strutturale dalla Cina si aggrava.

Le élites di Bruxelles lo chiamano pragmatismo, come se etichettare la sottomissione potesse trasformarla in competenza e difendono le loro scelte come inevitabili, vittime del destino piuttosto che artefici dei loro guai.

La serie di visite europee a Pechino dimostrerebbero che la vicinanza alla leadership cinese è considerata di per sé un traguardo: stabilità, ridotta volatilità  in un’epoca di imprevedibilità americana, ma in realtà sono transazioni barattate per un modesto sollievo commerciale.

Il caso della Gran Bretagna – uscita dalla UE per volontà popolare  o per decrepite reminiscenza di un  di Impero defunto da tre quarti di secolo – vede l’ex attivista per i diritti umani Starmer strombazzare un accordo che dovrebbe trasformare la City in un paradiso finanziario sul modello svizzero, creando una certa confusione fra gli altri leader europei, peraltro politicamente in bilico per i prossimi due anni.

 L’Europa vuole garanzie di sicurezza e infrastrutture di intelligence americane, ma è indispettita dalle prepotenze americane. Vuole mercati e input industriali cinesi, ma è indispettita dall’influenza cinese. Vuole parlare il linguaggio della sovranità, ma esternalizza gli strumenti che la Sovranità  rendono poco credibili.

Queste vulnerabilità si sono accumulate in Europa nel corso di decenni e  questa generazione di politici ha ereditato una finestra temporale in cui un’azione tempestiva produce effetti di lunga durata, così si entra  in politica per assorbire i costi pubblici, senza eluderli, ma per restare al potere.

Allora perché l’attuale classe dirigente europea non riesce ad agire?

In sostanza, l’attuale classe dirigente europea non ha il capitale politico e la statura per imporre costi, e non ha né la volontà né la credibilità per costruire la leva necessaria per farlo. Il loro alibi è sempre quello che la loro opinione pubblica non accetta sacrifici, giustificando la paralisi.

In realtà, le società europee hanno assorbito i sacrifici quando i costi sono stati spiegati tempestivamente, distribuiti equamente e collegati a una protezione concreta, ma oggi  manca una leadership disposta a parlare senza anestesie e ad agire prima che una crisi elimini la scelta.

Il risultato è una debolezza della coalizione. Com’era prevedibile, l’Europa non può agire come un’unità sotto pressione perché si rifiuta di assumersi collettivamente l’onere, disperde le responsabilità e protegge i decisori dalle conseguenze.

Ciò richiede di accettare tempestivamente le tensioni e di trovare soluzioni di compromesso in anticipo, piuttosto che improvvisare sotto costrizione.

La politica industriale deve abbandonare ogni pretesa di eleganza perché l’Europa non ha bisogno di ricostruire tutto, ma deve garantire  produzione avanzata a duplice uso e sistemi di approvvigionamento che funzionino, mentre oggi  il conflitto moderno è industriale e tecnologico e la deterrenza si basa sulla profondità della produzione e sull’affidabilità logistica.

Altrimenti  Washington continuerà a estrarre profitti così come farà Pechino. L’Europa può cambiare questa situazione solo rendendo la coercizione e il rinvio politicamente costosi, altrimenti, continuerà a pagare per rinviare le decisioni finché l’opzione di rinviare non sarà più disponibile. Draghi dixit.

Occorrono leaders non maestri di compromessi, spesso puramente verbali, ma che abbiano il coraggio necessario  per contrastare la pressione senza millantare la propria sovranità mentre cede i mezzi per difenderla.

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