Economia e Lavoro

Crisi d’impresa e latenza cronica economica, prospettive di un declino ormai certo

 

di Gianfranco Piazzolla*

Non capire cosa sta succedendo nel nostro paese.

Essere lontani dai cittadini, dalle imprese e dalla realtà economica che queste ultime vivono nel disturbo e nella scortesia costante di uno stato che fa vilmente finta che tutto sia ripreso, quando invece si va incontro a tragedie socio economiche ancor più acuite da una guerra sporca oltre che da una pandemia che ha messo in luce il peggior volto dell’inadeguatezza degli apparati governativi e del modo drammatico e grottesco di legiferare in tempi di emergenza a totale danno di alcune categorie economiche.

Non si è ancora compreso, o meglio la politica ed il governo non lo hanno fatto, come il declino sia dietro l’angolo e come nel giro di poco tempo questo paese avrà una seria emergenza di allarmi sociali e ordine pubblico.

Nell’anno fiscale precedente un altissimo numero di imprese e professionisti non hanno potuto pagare le tasse pur dichiarando regolarmente.

Si tratta di 12 miliardi di euro, cifra non da poco che ci fa capire come quel poco di profitto che resta a chi produce non basta per vivere una vita all’insegna della dignità e di tutto ciò che di buono avevamo appreso dalla nostra cultura moderata, profondamente democratica e solidale, un meraviglioso congegno di alta precisione e potenza  che, unitamente a una grande ripresa,  ci portò ad essere una delle locomotive mondiali nel campo dell’economia del fare impresa e della creatività manifatturiera.

Ora, dopo quasi un trentennio di deserto politico e imbarbarimento culturale e sociale, ci ritroviamo in uno dei peggiori incubi della nostra nazione dopo quello della seconda guerra, la povertà assoluta.

E proprio in questo momento che si è deciso di porre in essere quella che è una sollecitazione europea sulla  Direttiva UE/2019/1023, c.d. Insolvency, una norma che all’atto pratico e vista l’attuale situazione delle nostre imprese toglierebbe di mezzo circa due milioni di professionisti e imprenditori destinandoli all’oblio, a lidi oscuri, fuori dalla legalità e nel migliore dei casi ai servizi sociali e assistenziali.

Una mossa maldestra che cancellerebbe  dal mondo delle partite iva gente che cerca di vivere nella dignità del lavoro e nella cura delle proprie famiglie, quelle famiglie che una volta erano presidio di cultura, formazione e istruzione del futuro del nostro paese, “piccole repubbliche” ora sotto attacco da parte dello stato stesso.

Ad oggi risulta impossibile introdurre strumenti per il recupero delle imprese e consentire ai debitori un risanamento precoce come vuole la legge.

Non c’è nessuna condizione per fare un minimo di profitto, vista l’assurda tassazione, l’elevato costo della vita con una inflazione all’otto per cento, il costo energetico ormai insostenibile e la deriva burocratica procurata volutamente da una politica, impreparata, devastante e incapace di risolvere i problemi dei cittadini e della sfera produttiva.

Questa legge sulla crisi di impresa e sull’insolvenza aumenterà sensibilmente i costi in capo alla giustizia e cercare di risanare chi non può essere risanato facendolo chiudere.

Questo non porterà certo guadagni di alcun genere allo stato, se non un incremento dei costi sociali per gente posta di forza  in panchina a gravare in qualche maniera con reddito di cittadinanza o altre forme di assistenzialità improduttive.

Insomma quel tessuto imprenditoriale che per decine di anni ha rappresentato il 60 per cento del gettito nazionale fiscale e previdenziale ora si ritrova a non far fronte nemmeno ai propri contributi, con l’inps che vede allargarsi il debito a 20 milardi complessivi dopo aver logorato negli ultimi anni 40 miliardi di risorse disponibili.

Il futuro, a questo punto, come lo si potrebbe affrontare?

Vedendo con lungimiranza da qui a 40 anni successivi e non da qui a sei mesi come pretende il governo.

Attuare misure preventive si,  ma senza mettere il cappio al collo a chi ha sempre lavorato, tenendo conto che così facendo andiamo ad aprire le porte ai lidi della criminalità e delle mafie, spedendo molti di questi poveri imprenditori verso l’oscurità o verso forme di lavoro  paganti ma non sempre lecite.

Cercare di prorogare per giusta causa tutto quello che è prorogabile e riaprire le rottamazioni ad almeno trenta anni e non a tre anni o 5 anni.

Essere coraggiosi ed abbattere il peso fiscale che impedisce di fare profitto ricordando che senza profitto non esiste consumo, non esiste sviluppo e patrimonializzazione.

Cercare di qualificare la politica con gente preparata e con visione reale dei problemi di tutti i giorni.

Mandare la politica a contatto con i cittadini le imprese e le piazze, vedere e sentire la gente e cercare di capire e percepire i grandi problemi che pesano sulla qualità della vita degli stessi, a cominciare dalla maldestra e pericolosa burocrazia procurata intenzionalmente dai governi degli ultimi anni.

Senza una visione di tutto questo sarà una continua agonia una stagnazione comatosa  dove avremo uno stivale che galleggia morente all’interno del mediterraneo.

 

*Presidente ConfimpreseItalia Viterbo e componente Giunta esecutiva nazionale

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