La guerra di Putin

Daghestan e Crimea, due realtà diverse di uno stesso gioco?

di Giuliano Longo

Nella domenica di sangue in Russia di eri domenica 23 maggio, l’attacco terroristico a Debent capitale del Daghestan e sulla spiaggia si Sebastopoli, avvengono proprio nello stesso arco temporale e paiono, in un modo o nell’atro intrecciarsi,.

L’attacco a Sebstopoli  mira evidentemente a seminare  insicurezza nell’opinione pubblica della Federazione, timore  che ormai, grazie ai nuovi armamenti americani , ve ben oltre i confini di stato. Il  secondo , in Daghestan riguarda invece quello che è da sempre l’obiettivo dichiarato del terrorismo: creare panico nel paese in cui viene esercitato e meritare l’attenzione dei media e dal web globale.

Soffermiamoci per ora su questo secondo aspetto. Dopo il massacro a Mosca del Crocus City Hall di Marzo questo nuovo atto terroristico avviene invece all’interno di una repubblica federale, ilDaghestan, a stragrande maggioranza di religione musulmana sunnita. E a, differenza del massacro di Mosca, gioca prevalentemente in  casa, come i pesci nell’acqua, avrebbe detto il generale vietnamita Giap.

Che poi Mosca si sforzi, anche questa volta,  di additare le trame occidentali dietro l’attacco – in particolare con  suo ex primo ministro Medvedev,assurto a blogger dell intransigenza – merita solo l’attenzione dovuta alla propaganda di guerradall’una e l’altra parte.

Più concreto invece il pericolo del terrorismo dello Stato Islamico, o delle sue frange che già operano ai confini dell’Afghanistan contro i talebani, che le fonti di intelligence e anche l’Interpolvanno segnalando da tempo come pericolosamente in crescita e non solo in   Russia.

Ore 12 ad esempio, il 20 giugno pubblicava un articolo sulla diffusa radicalizzazione dei detenuti islamici nelle carceri russe, mentre, anche su autorevoli media, è in corso una campagna di denuncia, ai limiti del razzismo, sulla diffusione della immigrazione islamica, che non proviene solo dalle repubbliche della Federazione, di cui è maggioranza, ma anche dagli stati (ad esempio Kazakistan) che erano parte dell’Unione Sovietica.

Né, sempre la stampa russa, nasconde (anzi diffonde) la frequenza di scontri etniciin tutta la vastissima estensione territoriale della Federazione.

Che poi, sia nel caso di Derbent che in quello del Crocus vengano usate armi anche di provenienza occidentalenon significa dedurne la responsabilità  di Kiev, o degli Usa. Lo dimostra il fatto  che sul vastissimo   commercio in nero di armi sul quale lucrano  quasi tutti gli Stati, in primis proprio Russia e Ucraina– almeno prima dell’invasione.. Semmai va detto che tali reti illegali di commercio, come la droga, spesso vengono pilotate dai vari servizi segreti per gli scopi politici più innominabili.

Veniamo ai missili sulla Crimea   che oggi qualche abitante ucraino di Kharkov sotto le bombe, invoca sul Corriere della Sera  come legittima ritorsione in risposta alle vittime civili ucraine, va precisato che la questione è invece molto più complessa.

Che la Crimea già annessa alla Russia dal 2014, venga quasi quotidianamente colpita da droni e oggi anche da missili americani,non è certo una novità se si considerano anche i colpi che Kiev ha inferto alla flotta del Mar Ne dall’inizio del conflitto.

E nemmeno è  un mistero che l’MI6 britannico e oggi anche l’intelligence USA intendano apertamente colpire e distruggere quel  faraonico ponte sullo stretto di Kerc , per umiliare Putin– che l’ha voluto e costruito in pochi anni –   nei confronti della sua opinione pubblica

D’atra parte né Kiev   né i suoi sponsor occidentali considerano la Crimea , contrariamente a Mosca, parte integrante della Federazione, semmai uno scippo contrario al diritto internazionale, ma che allora Putin effettuò senza troppa agitazione da parte delle potenzi occidentali.  Quasi fosse una occupazione quasi storicamente dovuta.

Il  problema è altro e riguarda l’estensione del conflitto e il diretto coinvolgimento in esso della NATO e degli Stati Uniti.

Perché la fornitura di missili HMARS con una gittata sino a 300 chilometri (e forse oltre), offre la possibilità all’Ucraina di colpire bel oltre i confini di stato e non solo nelle aree limitrofe , ma anche nel cuore degli oblast occidentali della Federazione. Come peraltro dimostrano le incursioni dei droni di Kievagli impianti petroliferirussi e di altre strutture che con i droni più sofisticati arrivano a centinaia di chilometri.

Quindi al di là delle pietose affermazioni di Bidensecondo cui armi americane non dovranno colpire Mosca, non si capisce perché Zelnsky dovrebbe autolimitarsiproprio quando va perdendo terreno sui fronti da nord a sud. In guerra e in amore tutto è lecito. Tanto più che ci hanno provato già a maggio con droni sul Cremlino, probabilmente con l’aiuto dell’intelligence britannico.

Che il terrorismo tutto interno islamico, gli attacchi e i sabotaggi ucraini in territorio russo abbiano il comune obiettivo di sgretolare l’apparente e, per ora granitico, consenso a Putin da parte della sua gente, è innegabile. Fra l’altro questo è sempre stato un obiettivo dichiarato di Washington: via Putin fine della guerra. E forse ci hanno già provato con il tentativo di golpe del Wagneriano Prigozin.

La logica della guerra impone queste azioni (sangue per sangue didtrzione per distruzione, vendetta per vendetta) se per guerra intendiamo anche quella Islamica, mai sopita dopo la sanguinosa “pacificazione” della Cecenia.

Ma sempre la stessa logica vuole che le devastanti ritorsioni russe divengano ancora più pesanti e mirate, come già avviene, alla demolizione delle infrastrutture ucraine e al logoramento delle sue risorse militarial fronte.

A questo punto ci si chiede quali  saranno a breve le prossime mosse dell’Occidente europeo , della Nato e soprattutto  degli Stati Unititisia pur distanti migliaia di chilometri dal teatro dei combattimenti?

L’impressione di molti commentatori è che l’escalation continuerà nelle sue logiche  talora imprevedibili, sino ai limiti del  punto di frattura nucleare (anche se tattico) giocato tutto sul territorio europeo.

Un bluffpericoloso e  devastante che non giova né ai Russi né all’Ucraina e ai suoi sponsor  europei. Un Bluff del quale Zelensky –  che si gioca la carriera e il potere- è solo il mazziere e non un giocatore.

aggiornamento la crisi russo-ucraina ore 11.21

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